Ogni inizio d’anno, puntuale come un bollettino meteo, tornano le dichiarazioni di Andrea Pasa, segretario della Camera del Lavoro. Cambiano le date sul calendario, cambiano i governi e i titoli dei giornali, ma il copione resta sorprendentemente simile: emergenza occupazionale, crisi industriali aperte, salari bassi, precarietà, sicurezza sul lavoro dimenticata. Analisi corrette, spesso condivisibili. Ma il problema, ormai evidente, è un altro: dopo anni di denunce, il territorio continua a restare fermo.
2024: “Gennaio decisivo”
All’inizio del 2024 Pasa parlava di un gennaio “fondamentale” per garantire il lavoro a oltre 1.500 addetti di aziende simbolo come Piaggio Aerospace, Funivie e Sanac. Invocava tavoli veri, basta favole, basta racconti edulcorati. Un linguaggio duro, appropriato. Ma a distanza di due anni, viene spontaneo chiedersi: quel gennaio decisivo cosa ha prodotto, concretamente?
2025: emergenza generalizzata
Dodici mesi dopo, stesso scenario, quadro più cupo. Salari insufficienti, precarietà diffusa, crisi nel vetro, nell’automotive (Bitron, Mutares), nelle raffinerie, nella siderurgia. Ancora una volta il dito puntato contro governo e istituzioni. Ancora una volta, però, il sindacato si limita al ruolo di commentatore dell’emergenza, più che a quello di soggetto capace di forzare davvero le decisioni.
2026: “Serve un nuovo progetto di sviluppo”
Arriviamo al 2026. Le crisi sono ancora lì. Automotive con oltre mille lavoratori tra diretti e indotto, Sanac commissariata da anni, vetro in sofferenza, caro energia, infrastrutture che non partono. Pasa chiede da un anno un tavolo sull’automotive: nessuna risposta. Denuncia giusta. Ma anche qui la domanda è inevitabile: se dopo un anno nessuno risponde, perché il conflitto resta solo verbale?
Il sindacato segnala, elenca, spiega. Ma non incide. Le aziende continuano a decidere altrove, la Regione rinvia, il Governo ascolta distrattamente. E il territorio perde pezzi.
Sicurezza sul lavoro: parole forti, esiti deboli
Otto morti sul lavoro nel 2025 in provincia di Savona. Un dato drammatico, definito “vergognoso”. E lo è. Ma anche qui il copione si ripete: indignazione, dichiarazioni, appelli. Dove sono le iniziative straordinarie, le vertenze di rottura, le pressioni che costringano qualcuno a cambiare davvero rotta?
Infrastrutture e aree interne: l’elenco infinito
Aurelia Bis, Carcare–Predosa, ferrovie, funivie ferme da sei anni, entroterra che perde servizi. L’analisi è impeccabile. L’elenco è completo. Ma sembra un inventario che si ripete da un decennio. Il rischio è che anche il sindacato finisca per adattarsi all’immobilismo che denuncia.
Il nodo politico (che nessuno vuole sciogliere)
Il punto critico non è ciò che Pasa dice, ma ciò che non accade dopo che lo dice. Il sindacato savonese appare sempre più come una voce autorevole ma inascoltata, incapace – o non disposta – a rompere davvero gli equilibri politici e industriali che tengono il territorio in una crisi permanente.
Se ogni anno l’inizio è segnato dalle stesse parole, forse il problema non è solo fuori. Forse è anche nel modello sindacale, che fotografa bene il disastro ma non riesce più a trasformare la protesta in forza contrattuale reale.
Il Savonese non ha bisogno di un nuovo comunicato ogni gennaio. Ha bisogno di scelte, conflitti veri, responsabilità chiare. Altrimenti il rischio è che anche il sindacato, suo malgrado, diventi parte di quella narrazione ciclica dell’emergenza che non cambia mai nulla. E che, anno dopo anno, lascia lavoratori, imprese e territori esattamente dove sono: in attesa.






