Negli ultimi anni si sta consolidando una tendenza silenziosa ma profonda nella vita democratica dei nostri comuni: si governa con sempre meno voti. La disaffezione crescente degli elettori, unita alla frammentazione delle proposte politiche – spesso sotto forma di liste civiche estemporanee – ha portato a risultati che, pur essendo perfettamente legittimi dal punto di vista normativo, sollevano interrogativi politici e culturali.
Prendiamo il caso di Celle Ligure: su 4.551 aventi diritto al voto, la lista vincente ha ottenuto appena 937 voti. Meno di un quarto degli elettori. A Savona, su scala decisamente più ampia, l’attuale sindaco Marco Russo amministra con un consenso che non arriva al 25% degli aventi diritto.
Siamo di fronte a una democrazia che funziona formalmente, ma che rischia di smarrire la propria legittimità sostanziale. Quando a sostenere una giunta è solo un quinto dei cittadini, è inevitabile che ogni intervento importante – soprattutto se visibile e impattante – generi proteste che, in termini numerici, superano di gran lunga i voti ottenuti nelle urne.
Il punto non è tanto giuridico, quanto politico e sociale. Come si può parlare di partecipazione, quando chi governa non rappresenta nemmeno un cittadino su quattro? E come si può invocare la “condivisione” se, nei fatti, il rapporto con la minoranza è spesso inesistente o relegato a rituali vuoti?
A Savona, ad esempio, la parola “partecipazione” è diventata un passepartout retorico, buona per i comunicati stampa e le brochure patinate, ma raramente tradotta in pratiche autentiche. L’ascolto è episodico, la condivisione rarissima, e le decisioni vengono calate dall’alto, salvo poi stupirsi quando la città esplode in contestazioni.
Eppure, una strada esisterebbe: trasparenza attiva e comunicazione preventiva. Non basta adempiere agli obblighi di legge con le scarne pubblicazioni sull’Albo Pretorio o nella sezione “Amministrazione Trasparente” del sito istituzionale. Occorrerebbe spiegare, raccontare, coinvolgere davvero. Usare la stampa locale, i social, incontri pubblici veri (non finti “laboratori partecipativi”) per anticipare le scelte, spiegare le motivazioni, accogliere critiche costruttive e magari – perché no – modificarle se il consenso popolare manca.
Perché il rischio, sempre più concreto, è quello di trovarsi a governare contro la propria città, circondati da cittadini che – numericamente – sono il doppio o il triplo di quelli che ti hanno scelto alle urne. Non un bel modo per amministrare. E forse neppure un buon modo per costruire futuro.






