
Le valli Neva e Pennavaire appartengono a questa Liguria. O almeno vi appartenevano.
Già nel 2020 un’inchiesta pubblicata da Italia Che Cambia raccontava il disagio crescente di molti residenti che denunciavano odori persistenti, emissioni provenienti dagli impianti collegati alle attività estrattive e una progressiva compromissione della qualità della vita. Gli abitanti parlavano di nausee, mal di testa, bruciori agli occhi e alla gola, mentre cresceva la preoccupazione per il futuro di un territorio che aveva puntato sempre più sul turismo naturalistico e sulle attività all’aria aperta.
Da allora sono passati anni, ma la domanda resta la stessa: quale modello di sviluppo si vuole per l’entroterra ligure?
Da una parte si continua a parlare di valorizzazione dei borghi, turismo lento, escursionismo, outdoor, agricoltura di qualità e recupero del patrimonio ambientale. Dall’altra si autorizzano ampliamenti di attività estrattive e si continua a considerare queste vallate come aree disponibili ad accogliere impianti e lavorazioni che inevitabilmente producono impatti sul territorio.
Il paradosso è evidente.
Le stesse istituzioni che investono risorse per promuovere l’entroterra come destinazione turistica rischiano di compromettere ciò che rende questi luoghi attrattivi: il paesaggio, la qualità dell’aria, il silenzio e l’ambiente naturale.
Nessuno mette in discussione l’importanza economica delle attività produttive. Le cave danno lavoro e rappresentano un comparto storico del territorio. Ma il punto è un altro: esiste un limite oltre il quale il beneficio economico immediato rischia di produrre un danno permanente?
Chi sceglie di trascorrere una vacanza nell’alta Val Pennavaire non cerca ciminiere, polveri o odori industriali. Cerca esattamente il contrario. Cerca quella natura che oggi viene continuamente evocata nei convegni sul turismo sostenibile e nella promozione dell’entroterra.
Per questo la vicenda delle valli Neva e Pennavaire va oltre il semplice scontro tra favorevoli e contrari alle cave. È il simbolo di una contraddizione tutta ligure: da decenni si parla di rilancio dell’entroterra, ma troppo spesso lo si considera ancora come il luogo dove collocare ciò che altrove non si vuole.
Eppure basterebbe osservare ciò che accade nelle località che hanno saputo investire davvero sulla qualità ambientale. Oggi il valore economico di un paesaggio integro, di un turismo rispettoso e di una buona qualità della vita supera spesso quello prodotto da attività che consumano irreversibilmente il territorio.
Le valli del Neva e del Pennavaire rappresentano un patrimonio che non appartiene soltanto ai residenti. Sono un bene collettivo della Liguria.
La vera domanda, quindi, non è se si possa continuare a scavare.
La domanda è se, tra vent’anni, vogliamo lasciare ai nostri figli una valle da visitare o soltanto una valle da ricordare.
