
A riaccendere i riflettori è stato un articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano, che ha ricostruito la storia recente dell’Unione Sportiva Albenga, società fondata nel 1911 e precipitata negli ultimi anni in una crisi culminata con il fallimento.
Al centro della vicenda c’è Francesco Calabrese, imprenditore agricolo originario di Rosarno, che si è aggiudicato all’asta il marchio storico della società per una cifra che ha lasciato molti osservatori sorpresi: circa 183 mila euro.
Una somma importante. Forse molto più importante di quanto normalmente si sarebbe immaginato per una società fallita e gravata da pesanti difficoltà economiche.
Ed è proprio qui che nascono le domande.
Perché investire una cifra simile per un marchio sportivo che arrivava da anni di problemi finanziari?
Qual è il progetto industriale e sportivo che sta dietro questa operazione?
Quali prospettive si vogliono costruire per il futuro dell’Albenga?
Domande legittime che tifosi, cittadini e appassionati continuano a porsi.
L’articolo del Fatto Quotidiano ha inoltre richiamato alcuni rapporti e frequentazioni emersi negli anni all’interno di inchieste riguardanti la presenza della ‘ndrangheta nel Nord-Ovest. Lo stesso quotidiano ha però precisato che tali riferimenti non riguardano direttamente Francesco Calabrese e non costituiscono accuse nei suoi confronti.
Ed è proprio questo il punto più delicato della vicenda.
Nessuno può affermare che vi siano responsabilità penali a carico del nuovo proprietario dell’Albenga. In uno Stato di diritto le responsabilità si accertano nelle aule dei tribunali e non sulle pagine dei giornali o sui social network.
Ma allo stesso tempo sarebbe ingenuo sostenere che le ricostruzioni pubblicate da un quotidiano nazionale possano essere liquidate come semplici chiacchiere da bar.
Quando emergono nomi, contesti e frequentazioni finite nel tempo all’interno di indagini sulla criminalità organizzata, il dovere dell’informazione non è tacere, ma approfondire, verificare e chiedere chiarezza.
La questione non è se Francesco Calabrese debba dimostrare la propria innocenza. Nessuno deve dimostrare ciò che la legge presume già.
La vera questione è un’altra.
Chi investe quasi duecentomila euro per rilevare il marchio di una società fallita dovrebbe comprendere che l’opinione pubblica pretende la massima trasparenza sull’operazione, sulle sue finalità e sui suoi sviluppi futuri.
Proprio per questo la replica della famiglia Calabrese, affidata all’avvocato Riccardo Villa, assume particolare rilievo.
Nel comunicato diffuso nelle scorse ore viene annunciata la volontà di tutelare l’onorabilità e la reputazione dell’imprenditore in ogni sede giudiziaria contro eventuali contenuti ritenuti lesivi della propria immagine. Contestualmente viene respinta qualsiasi ricostruzione definita arbitraria o speculativa.
Una presa di posizione ferma e comprensibile.
Ma le querele annunciate e le polemiche mediatiche non bastano a rispondere alle domande che continuano a circolare tra i tifosi.
Perché la vera sfida non si gioca nei tribunali o sui giornali.
Si gioca sul futuro dell’Albenga Calcio.
Una società che negli ultimi anni ha vissuto fallimenti, tensioni, cambi di proprietà e profonde difficoltà economiche ha bisogno soprattutto di stabilità, investimenti, programmazione e credibilità.
I tifosi non chiedono sospetti.
Chiedono certezze.
Non chiedono comunicati.
Chiedono un progetto.
Per questo motivo il nodo centrale della vicenda non è tanto la polemica tra il Fatto Quotidiano e la famiglia Calabrese.
La domanda più interessante resta un’altra: perché una società fallita ha attirato un’offerta da 183 mila euro per il solo marchio?
Finché non arriverà una risposta convincente, il dibattito continuerà inevitabilmente ad accompagnare il nuovo corso dell’Albenga.
E alla fine, come sempre accade nel calcio e nella vita, saranno i fatti a parlare molto più delle dichiarazioni.
