AIAS, Giaccardi: “Un pasticcio amministrativo. Tutto questo trambusto per 5.000 euro l’anno non ha senso”

Un contratto rinnovato con venticinque anni d’anticipo, un affitto simbolico da 5.000 euro annui e una decisione che ha lasciato molti perplessi.
La consigliera comunale Daniela Giaccardi (PensieroLibero.zero) dopo i suoi interventi in consiglio comunale interviene sulla vicenda dell’AIAS di Savona, l’associazione che da decenni gestisce la struttura di via Famagosta dedicata all’assistenza di persone con disabilità, e che ora si ritrova con un nuovo contratto oneroso, dopo oltre settant’anni di gratuità.

Consigliera Giaccardi, partiamo dall’inizio: perché tanta confusione attorno a questa delibera?

«Intanto ripercorriamo la vicenda dicendo che, fino a giovedì scorso, il contratto era a titolo gratuito. Con la sottoscrizione del nuovo contratto, oggetto della discussione prima in Commissione e poi in Consiglio comunale, cambiano le condizioni perché il rapporto, da gratuito che era, diventa oneroso: infatti la locazione del diritto di superficie prevede un canone di circa 5.000 euro all’anno di affitto,  cifra che, a mio parere, non giustifica un’operazione di questo tipo. Stiamo parlando di un rapporto che risale a oltre quarant’anni fa, poi rinnovato, che sarebbe  dovuto scadere nel 2029, e che era sempre stato a titolo gratuito. Ora, inspiegabilmente, si è deciso di anticipare la scadenza e di stipulare un nuovo contratto di 25 anni, con un canone di 5.000 euro annui. Francamente non ne comprendo il motivo».

Ma il nuovo contratto prevede anche dei lavori a carico dell’associazione. Questo non giustifica la revisione?

«Nemmeno questo mi convince. Anche nel primo contratto — quello gratuito — l’AIAS aveva l’obbligo ed impegni: la concessione era stata concessa gratuitamente proprio perché l’associazione doveva sostenere le spese di gestione e di interventi sull’immobile.
Oggi ci dicono che devono fare lavori importanti, tra i 200 e i 300 mila euro, per poter tornare a utilizzare la struttura. Bene, ma allora perché aggiungere pure un canone d’affitto? O si riconosce la valenza sociale dell’attività e si conferma la gratuità, oppure si passa a un canone commerciale vero. Quello che non ha senso è questo mezzo compromesso, che non serve né al Comune né all’associazione».

Lei cita una nota tecnica degli uffici comunali: cosa dice esattamente?

«La nota con cui viene dichiarato inammissibile l’emendamento dei 5 Stelle, che chiedeva la gratuità, dice chiaramente che il canone di 5.000 euro è fuori dai valori commerciali. Allora mi chiedo: se è fuori mercato, che tipo di locazione è?
Se vogliamo fare una vera locazione, allora fissiamo un canone adeguato, ma se l’obiettivo è solo formale, per dare una parvenza di regolarità contabile, tanto valeva lasciare tutto com’era e non creare questa situazione».

Quindi secondo lei il Comune poteva semplicemente rinnovare il vecchio contratto?

«Certo. Bastava rinnovare il vecchio accordo, motivando la scelta di mantenere la gratuità, che in questo caso era assolutamente giustificata: parliamo di un ente che svolge una funzione sociale, sanitaria e riabilitativa da decenni. Se non è questo un caso tipico per una concessione gratuita, allora mi chiedo in quali altri casi sia prevista.
Invece si è voluto rifare tutto da capo, anticipando una scadenza che non c’era e creando un precedente pericoloso. Perché domani, con lo stesso criterio, si potrebbe chiedere un affitto anche ad altre realtà sociali che operano nel territorio».

In sintesi, qual è il messaggio politico che vuole lanciare?

«Che questa operazione è un errore di metodo e di merito.
Non si capisce la logica e soprattutto non si capisce l’utilità. Per 5.000 euro all’anno, il Comune ha creato un problema dove non c’era. L’AIAS è un presidio storico di solidarietà e di salute: andava sostenuta, non caricata di nuovi oneri amministrativi. Serviva buon senso, non burocrazia».

Nel ringraziare la consigliera Giaccardi non resta che prendere atto che la vicenda dell’AIAS mostra ancora una volta la distanza tra la logica amministrativa e la realtà sociale. In nome della “regolarità formale” si rischia di cancellare decenni di collaborazione tra istituzioni e volontariato, dimenticando che dietro a un contratto non ci sono solo numeri, ma persone.

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