In Liguria non c’è solo la siccità climatica. C’è anche quella istituzionale: una desertificazione della responsabilità pubblica che, alla luce dell’inchiesta sulla gestione dell’Acquedotto San Lazzaro e dei vertici di Rivieracqua, assume contorni che definire inquietanti è un eufemismo.
Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dalla Procura di Savona, alcune figure apicali dell’Acquedotto San Lazzaro avrebbero messo in piedi un sistema clandestino fatto di tubazioni abusive e pozzi irregolari, sottraendo acqua al territorio di Andora per alimentare proprie utenze. Una manomissione che, se confermata, non sarebbe solo illegale: sarebbe un atto deliberato di depredazione di una risorsa pubblica, un gesto che colpisce al cuore un bene essenziale come l’acqua.
Il risultato? Andora, già fragile sul piano idrico, ha passato due anni ad affrontare rubinetti che sputavano acqua salmastra, famiglie costrette ad arrangiarsi con taniche e bottiglie, operatori turistici in ginocchio e un clima da emergenza permanente. E tutto mentre – secondo gli inquirenti – qualcuno sfruttava quel patrimonio idrico come fosse roba propria.
La seconda ferita: i controlli mancati
Accanto agli indagati legati a San Lazzaro, l’inchiesta mette nel mirino anche diversi ex dirigenti di Rivieracqua. Non per furto, ma per un’accusa che, per un ente pubblico, è forse perfino più pesante: non aver vigilato, non aver garantito il servizio, non aver protetto la popolazione.
Perché se qualcuno devia l’acqua, manomette pozzi o altera bilanci idrici, è compito del gestore accorgersene. E se non te ne accorgi, se non intervieni, se non tuteli la collettività… allora hai trasformato una responsabilità pubblica in una prateria dove può accadere di tutto.
Le perquisizioni della Guardia di Finanza a Loano, Albenga e nell’Imperiese raccontano che il problema non era circoscritto, non era episodico, non era un banale errore tecnico. Era un sistema che nessuno ha fermato.
I cittadini: gli unici che hanno fatto il loro dovere
L’inchiesta non nasce per caso. Nasce da chi, come spesso accade, paga la bolletta e pretende dignità: i cittadini, le associazioni dei consumatori, e il sindaco di Andora Mauro Demichelis. Sono stati loro a segnalare, documentare, insistere, spingere finché la patina istituzionale non si è incrinata e qualcuno ha iniziato a scavare.
Ancora una volta la collettività si è trovata a fare da sentinella, mentre strutture pubbliche e società partecipate – quelle che dovrebbero garantire trasparenza, legalità e continuità del servizio – restavano cieche o immobili.
Le domande che la politica non può evitare
È troppo comodo pensare che tutto si riduca a otto indagati. Questa vicenda spalanca interrogativi pesantissimi:
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Come è possibile che un acquedotto possa installare condotte abusive senza essere scoperto per anni?
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Perché i controlli di Rivieracqua non hanno rilevato anomalie nella distribuzione e nella qualità dell’acqua?
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Quali garanzie hanno oggi i cittadini che la gestione delle risorse idriche non sia diventata un Far West?
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Chi pagherà per i danni economici, sociali e sanitari causati alla popolazione di Andora?
E soprattutto: chi restituirà fiducia ai cittadini quando la fiducia stessa viene drenata come l’acqua da un pozzo illegale?
Una ferita che riguarda tutti
L’acqua è il bene più primario, più semplice, più indispensabile. È un diritto. È un patto tra istituzioni e comunità. Se anche quel patto viene violato, allora non è in crisi solo un acquedotto: è in crisi un modello di gestione pubblica.
La magistratura farà il suo corso, ma la politica deve smettere di far finta che sia un problema tecnico. Qui il problema è culturale, gestionale, organizzativo. E profondamente politico.
Perché un territorio che non sa difendere la propria acqua, non sa difendere nemmeno i propri cittadini.






