Acqua pubblica o politica di palazzo?

C’è qualcosa che non torna nella corsa improvvisa verso la fusione di Acque Pubbliche Savonesi. Dopo anni di rinvii, proroghe, scadenze spostate e tempi biblici, all’improvviso la politica savonese sembra essere stata colpita da una sorta di illuminazione collettiva: bisogna chiudere tutto subito. Entro giugno. Senza perdere un giorno. Senza rallentamenti. Senza ulteriori verifiche.

E soprattutto — particolare non secondario — senza il controllo di un perito nominato dal tribunale.

Ed è proprio questo il punto che fa nascere più di un interrogativo.

Perché una fusione societaria che riguarda patrimoni pubblici, quote societarie, rapporti di concambio, debiti, governance e futuro del servizio idrico dovrebbe correre a questa velocità? Perché tutta questa fretta improvvisa dopo anni di immobilismo?

Dal 2021 ad oggi il termine è stato rinviato più volte. Prima dicembre 2021, poi dicembre 2023, poi dicembre 2025. E adesso invece sei mesi diventano impossibili da concedere? Davvero il mondo finisce il 30 giugno 2026? Oppure qualcuno teme che ulteriori verifiche possano complicare un accordo politico già scritto?

Perché la sensazione che emerge — leggendo i retroscena e osservando le prese di posizione trasversali — è quella di un asse politico molto particolare. Lega, pezzi del centrosinistra, amministratori di diversa estrazione: tutti improvvisamente allineati nel chiedere di accelerare, approvare, chiudere.

Una strana “unità nazionale dell’acqua”.

Da una parte l’assessore regionale Paolo Ripamonti (lega) che sollecita incontri e spinge sull’operazione. Dall’altra il sindaco di Albenga Riccardo Tomatis (Pd) che parla di “fusione entro giugno” quasi fosse una missione salvifica. Nel mezzo il presidente della Provincia Pierangelo Olivieri e amministratori locali che sembrano condividere la stessa linea: avanti tutta e guai a rallentare.

Ma la domanda resta semplice: se è tutto così limpido, perché rinunciare agli strumenti di controllo previsti dal Codice Civile?

Perché rinunciare:

  • alla situazione patrimoniale aggiornata;
  • alla relazione illustrativa sul rapporto di concambio;
  • alla verifica di congruità affidata a un esperto indipendente nominato dal tribunale?

Sono strumenti previsti proprio per tutelare enti pubblici e consiglieri comunali. Non cavilli burocratici. Non perdite di tempo. Garanzie.

E allora il sospetto diventa inevitabile: si vuole forse evitare che un controllo esterno possa aprire qualche cassetto scomodo? Far emergere squilibri patrimoniali? Debiti? Valutazioni discutibili? Rapporti di forza già decisi a tavolino?

Nessuno parla di irregolarità accertate, sia chiaro. Ma quando la politica ha troppa fretta proprio nel momento in cui dovrebbe pretendere massima trasparenza, il dubbio diventa quasi doveroso.

Anche perché il paradosso è clamoroso: si continua a parlare di “acqua pubblica”, ma poi si chiede ai consiglieri comunali di votare rinunciando proprio agli strumenti pubblici di controllo.

E qui emerge il vero nodo politico.

Forse questa fusione non riguarda soltanto l’acqua. Riguarda il potere. Gli equilibri futuri. Le nomine. Le governance. Le poltrone. Il controllo di una delle partite economiche più importanti del territorio savonese.

Per questo qualcuno vorrebbe chiudere tutto prima che un perito indipendente possa guardare troppo bene dentro ai numeri.

Perché in fondo sei mesi in più non cambierebbero nulla. Ma potrebbero cambiare parecchio alcune verità.

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