Savona: il cavolo di Antonio Ricci, il liquore dell’armée e il passato che fa impresa

L’ultima sciabola napoleonica l’hanno trovata un anno fa – racconta Antonio Massa-, ma la terra dei boschi continua a restituire bottoni e altri relitti. A Loano o in altre zone della Val Bormida hanno trovato anche armi degli austriaci, ma qui a Calizzano troviamo solo roba dei francesi perché qui c’era una specie di lazzaretto”.

Mentre la bandiera di Napoleone attraversava come un fulmine la Liguria, lasciando una traccia indelebile nella storia di Savona e della Val Bormida, i feriti dell’arméevenivano curati a Calizzano con il distillato di un’erba profumatissima, il tanaceto crispum, che da allora viene chiamata archibus perché curava le ferite da archibugio. “Ho scoperto la ricetta da una mia zia che l’aveva avuta da una prozia – racconta Antonio – perché la usavano in casa come liquore”.

Dopo aver passato la maggior parte dei suoi 52 anni dietro il volante di un camion, Antonio ha rispolverato un vecchio diploma da erborista conseguito all’Università di Urbino e ora produce l’archibus, il liquore che in passato, in Val Bormida, serviva anche ad “accelerare” l’iter dei matrimoni. “Tenevano le bottiglie più belle – racconta Antonio – perché all’epoca le ragazze non uscivano da sole. Erano i giovanotti che andavano a visitarle in casa e si racconta che i parenti delle meno belle, quando volevano accasarle, offrivano ai possibili candidati uno o più bicchieri di archibus per, diciamo, ‘condizionare’ il loro giudizio e concludere il fidanzamento”.

Il nome dell’azienda, ‘Nirulè, deriva dal fatto che il campo di Antonio è l’unico prato pianeggiante – rulè – del paese. “Ho iniziato questa attività quando facevo ancora il camionista”, racconta. “Raccolgo l’erba, la faccio essiccare e la porto a una distilleria di Cortemilia, dove viene messa negli infusori insieme all’alcool. Alla tintura madre si aggiunge poi acqua e zucchero. L’archibus fa 30 gradi. Ne produco 3mila bottiglie all’anno, che distribuisco a ristoranti e negozi di prodotti tipici e ne vendo tante anche via internet. Il mio cliente più lontano è in Corea”.

Antonio Massa è uno degli agricoltori che, all’interno di un’area come la Val Bormida depressa dal punto di vista industriale, ma ricca di boschi bellissimi (specie tra Murialdo e Calizzano), hanno deciso di puntare su modi di produzione d’altri tempi e su prodotti con sapori e colori che sembravano usciti da un film di Ermanno Olmio di Franco Piavoli.

Sempre a Calizzano, Jole Buscaglia e Sergio Revetria coltivano ortaggi antichi, come il cavolo navone che in tempo di guerra aveva sfamato tanta gente, ma che dopo fu conosciuto e diffuso solo sul posto. “Coltiviamo anche il sedano rapa e le barbabietole – racconta Jole – cose che qui si coltivavano a fine secolo”. “Non usiamo diserbanti – aggiunge Sergio – pensando al futuro e alle incidenze tumorali. Mio padre è morto di tumore a 56 anni e non a caso tanti nostri clienti sono dei medici”. Per combattere le erbacce si ricorre alla paciamatura, cioè si copre il terreno con teli in fibra di mais, ma dove sbucano le piantine bisogna comunque intervenire a mano; il che significa, come dicono qui, “farsi un paiolo triplo”. Il prodotto però vale la fatica: distribuito sia per vendita diretta, che tramite i “punti macrobiotici”, ha conquistato anche la tavola di Antonio Ricci, che Jole rifornisce regolarmente di verdura.

“Il recupero delle tradizioni– spiega Walter Sparso della Cia (Confederazione italiana agricoltori) – è stato avviato soprattutto da aziende dell’entroterra che cercano di tipicizzare il proprio modo di produrre e riguarda antiche piante da frutto o decine di varietà di patate. Il successo dell’albicocca di Valleggia– già nota negli anni 30 e 40 – è un fenomeno abbastanza recente. La Liguria aveva della qualità fantastiche di pesche. La mitica ‘pesca impero’, che mio zio coltivava a Borgio Verezzi, grossissima e dolcissima ma molto esposta agli attacchi degli insetti, oggi la stanno adesso recuperando a Tovo S. Giacomo. C’è stato un recupero enorme anche degli antichi grani usati poi nei prodotti da forno. La Val Bormida, anche se è sempre stata uno dei centri dell’industria savonese, non ha mai perso la sua dimensione agricola. La tradizione era: marito in fabbrica, moglie nei campi. Negli anni 60 e 70 la produzione agricola è stata marginalizzata, ma adesso, specie nell’alta valle, da Dego a Murialdo, Calizzano, Bardineto, Osiglia, sta rifiorendo anche nel settore delle piante officinali”.

MIMMO LOMBEZZI da il Fatto Quotidiano

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