19 NOVEMBRE                La politica chiara     di Emilio Barlocco

        

Per poter capire pienamente il significato della “discesa in campo” di Berlusconi nel ’94 bisogna fare un piccolo sforzo d’immaginazione e figurarsi cosa sarebbe accaduto in quel momento difficile per la Nazione, se la Cosa Pubblica fosse rimasta unicamente nelle mani dei politici di allora.

Non è difficile immaginare che, ormai battuti ed abbattuti (in certi casi, anche fisicamente) i maggiorenti della D.C. e del P.S.I., oltre ad alcuni dei partiti minori, il P.C.I. (o come diavolo si chiamava in quel momento) non avrebbe dovuto più fare alcuna fatica a prendere finalmente in mano tutto il potere, dopo quasi 50 anni di lotta.

Nessuno infatti era allora in grado di porsi come credibile baluardo a questa presa di potere.

Tutto era stato organizzato con grande serietà e dedizione: ormai la magistratura sembrava di fatto strutturale al P.C.I., perché o dichiaratamente di parte, o comunque impotente di fronte alla sinistra dilagante. La scuola era già da tempo perfettamente funzionale alla sinistra e quei pochi insegnanti di altra idea politica erano automaticamente bollati come “fascisti”. La Pubblica Amministrazione nel suo insieme era stata sapientemente penetrata in tutti i suoi gangli vitali, a tutti i livelli.

I mezzi di informazione erano per lo più addomesticati, almeno quelli più importanti (fondamentale a questo proposito è ricordare la deriva comunista del Corriere, che provocò la plateale uscita di Montanelli il quale, per poter restare libero, fondò Il Giornale).

Insomma, grazie ad una cura certosina e caparbia (invidiabile, tecnicamente parlando) da parte del P.C.I., l’Italia sarebbe certamente rimasta inerme di fronte all’insediamento dei comunisti al governo, così come lo fu ai tempi dell’insediamento del Fascismo e ciò per la semplice ragione che erano già stati sistematicamente eliminati tutti gli anticorpi che avrebbero potuto fermare questo terribile male.

Anche il Clero, che negli ultimi anni aveva perso smalto per varie ragioni e qualche scandalo sapientemente strumentalizzato, sembrava incapace di riproporre con forza il Crocefisso come simbolo superiore ed unificante della Nazione.

Non parliamo degli industriali, banchieri, assicuratori ( o meglio sedicenti tali) che, ormai rodati da decenni di centro-sinistra, avevano imparato perfettamente tutti i trucchi per fare affari a spese di Pantalone, sul quale sistematicamente ormai rovesciavano tutte le perdite, tenendosi ben stretti gli utili. Soltanto nei regimi totalitari (comunisti e non) questo matrimonio d’interesse, tra maneggioni e politici, può prosperare indisturbato per un tempo indefinito. Nei regimi liberali esistono infatti dei meccanismi naturali, che impediscono, di fatto, l’eccessiva invasività e nocività di quei metodi.

Tutto sembrava dunque pronto per il grande avvento, ma nessuno si era accorto che un  tal signore il quale, partito dalla gavetta – grazie alle sue doti personali e senza mai spennare Pantalone - era arrivato ad essere l’italiano più ricco, era fatto di un’altra pasta: era rimasto, ancorché ricchissimo, un Cittadino normale, capace di ascoltare e capire la gente comune. Un uomo che infatti non sedeva nei salotti buoni, non era amico di Prodi, né dei vari personaggi potenti dai due o tre cognomi altisonanti e quindi non aveva mai avuto in  regalo alcuna industria di Stato appena risanata con denaro pubblico, non ricorreva mai alla cassa integrazione e faceva crescere le sue aziende con il lavoro e l’intelligenza.

Era un po’ malvisto in quei salotti perché aveva appena mandato a monte uno dei tanti impiastri di Stato, che prevedeva il regalo di alcune redditizie aziende IRI a qualche persona del giro giusto.

Chi poteva immaginarsi che quello strano personaggio, apparentemente dedito solo a tirar su soldi con le sue aziende, potesse decidere di darsi alla politica per non far vincere i comunisti? Sarebbe stato molto più redditizio per lui imparare dagli altri suoi pari ad influenzare la politica standosene fuori e lucrare di più, senza mai rischiare.

All’inizio, questa specie di “bubbone” della politica venne trattato più o meno come i sacerdoti ebrei trattarono Cristo agli esordi della sua predicazione: quando poi le cose si fecero serie, quelli pensarono che potesse bastare inchiodarlo ad una croce per neutralizzarlo. S’è visto il risultato.

Senza voler fare paragoni blasfemi, i “sacerdoti officianti” della politica italiana del 1994 mostrarono di fatto la stessa incapacità di comprendonio di quegli altri, 2000 anni prima.

Anche il tentativo di crocefissione di Berlusconi sta infatti producendo, mutatis mutandis, gli stessi risultati.

Ci hanno provato i nemici ufficiali, gli alleati  ed anche i sedicenti amici,  per 13 lunghi anni, ma – come un lavazza – più lo butti giù e più si tira su…

La domanda più imbarazzante per alleati ed avversari è dunque: ma quando diamine capirete il fenomeno Berlusconi? Quando vi deciderete a levarvi di dosso i paludamenti della casta, per scendere tra la gente comune, per capire cosa pensa e cosa chiede alla politica?

Berlusconi lo ha fatto, lo ha sempre fatto e non si è mai lasciato invischiare dai vostri riti e linguaggi esoterici. Lui è sempre stato molto al di sopra di tutti voi, per la semplice ragione che ha sempre saputo tenere i piedi per terra, là dove li posa il Popolo Italiano dei non “eletti” ed allora, quando lui parla, la Gente capisce subito; quando voi parlate di riforme elettorali, o di governi istituzionali, la stessa Gente viene colta da conati di vomito.

 

Solo la Lega lo sa ed è l’unico Partito che sa dire ad alta voce le cose che ogni persona normale pensa. Da qui viene la sempre grande e sincera sintonia della Lega Nord con Berlusconi e larga parte di F.I.

Le avete davvero provate tutte per levarvi di torno questo personaggio ingombrante, che vi fa fare solo delle brutte figure: purtroppo per voi lui è troppo ricco perché lo possiate comprare come uno qualunque che dà fastidio. Allora forse dovreste provare a capire che il tempo è scaduto proprio per voi, che sapete solo parlare tra di voi quel linguaggio che annulla le distinzioni tra destra e sinistra, tra moralità ed immoralità, tra legge ed abuso di potere.

Ancora una volta vi ha preso in contropiede con i suoi 8 milioni di firme, ancora una volta vi ha lasciati con un cerino acceso in mano, nel momento stesso in cui stavate provando (per l’ennesima volta) a mettere in discussione la sua leadership e lo ha fatto creando un nuovo super-partito a cui non potete dire di no, perché la Gente lo vuole.

Provate dunque a capire, cari alleati della CDL, e riuscirete a fare – tutti assieme - un buon lavoro per l’Italia e gli Italiani. Ve n’è un enorme bisogno.

Il nemico non è Berlusconi, lui è soltanto più bravo di tutti. Abbiate dunque l’intelligenza, l’umiltà e l’onestà di fare tesoro di questa opportunità storica. L’Italia - alla lunga - ve ne sarà riconoscente.

Stella, 19/11/07.                                         Emilio Barlocco

 

 

22 NOVEMBRE   JACOPO MARCHISIO

In margine a una lettera di Emilio Barlocco

Gentile redazione,

mi diverto spesso a leggere i testi che compaiono su Uomini Liberi; e di primo acchito mi sono divertito anche di fronte alla lettera di Emilio Barlocco in cui egli innalza un intenso peana a Silvio Berlusconi. Debbo dire, però, che al divertimento è subentrata una certa amarezza.

Amo l'umorismo, anche quello involontario; ma mi preoccupa, sinceramente, che si possa giungere a simili esibizioni di reverenza quasi fanatica. Credere in un leader politico è cosa giusta, qualora se ne trovi uno che, a nostro giudizio, meriti ammirazione perché affidabile, giusto, capace.

Giungere all'idolatria, specie poi nel nome di un goffo populismo, mi sembra tuttavia pericoloso e sciocco.

Non voglio discutere nel merito le affermazioni del vostro corrispondente: su Berlusconi la penso al contrario di lui, e non mi vergogno di dire che credo nel governo Prodi, per cui le mie confutazioni dei suoi argomenti potrebbero sembrare frutto soltanto di un'opposta visione politica.

Due cose, però, mi spingono ad intervenire: primo, constatare come sia facile esprimere apprezzamento per lo stato liberale tradendolo nei fatti tale affermazione (anch'io amo lo stato liberale, ed è per questo che voto con orgoglio il Partito Democratico. Barlocco parla dei gangli

- ipotetici - con cui i comunisti sarebbero stati, nel 1994, sul punto di soffocare la nazione: e i gangli - reali - del conflitto di interesse, delle censure, delle frasi forti contro tanti corpi istituzionali, delle corna in fotografia, delle pressioni giornalistiche, delle scene quantomeno irrituali al Parlamento europeo, dell'incoraggiamento ad evadere il fisco, del rifiuto della memoria della Resistenza? Sarebbero stati spettacoli graditi, questi, agli occhi dei teorici del liberalismo? Agli occhi di John Stuart Mill, strenuo sostenitore, anche se lo ricordano in pochi, della tassa di successione?); secondo, ricordare che porsi sulla scia della "gente"

non è di per sé segno di buona politica.

Federico De Roberto, grande scrittore laico e patriota di cui si sta tornando a parlare, scrisse che "l'ideale della democrazia è aristocratico". Si può non essere d'accordo. Non si può, però, sostenere contemporaneamente le ragioni del liberalismo e della demagogia. Barlocco si chiarisca le idee, scelga quale preferisce e, se il merito resterà discutibile, sulla forma non troveremo più da eccepire.

Cordiali saluti    Jacopo Marchisio

 

22 NOVEMBRE   ANCORA BARLOCCO

Risposta al Sig. Jacopo Marchisio.

La buona educazione esige che io dia una risposta esauriente al Sig. Jacopo Marchisio, senza tuttavia aprire un libro che sarebbe troppo lungo. Non è facile rispondere sinteticamente ad una autentica valanga di affermazioni assolute, quanto gratuite.

Intanto il mio “peana” a Silvio Berlusconi non è altro che una precisa constatazione di fatti storicamente noti ed accertati, anche se capisco che ad un uomo di sinistra riesca molto difficile ingoiare l’idea che questo guastafeste della politica italiana sia sempre lì a rompere le uova nel paniere a tutti coloro che vorrebbero tornare in fretta ai vecchi modi di far politica, pre-1994.

Non è mai stata mia abitudine, né interesse, idolatrare chicchessia, men che meno qualcuno che neppure conosco personalmente (come Berlusconi); credo tuttavia che tutti faremmo bene a riconoscere  almeno i dati di fatto, senza continuare a voler negare anche l’evidenza, pur di essere contro.

Tuttavia il punto più dolente di tutta la reprimenda del Sig. Marchisio nei miei confronti sta nell’invocare a sproposito il liberalismo.

In questi ultimi anni il liberalismo, che era spesso associato (chissà perché mai) al fascismo, è diventato di moda anche presso il popolo della sinistra. Per la gioia del Sig. Marchisio,  mi permetto di far notare che questa moda si è diffusa man mano che Berlusconi dimostrava agli Italiani che quella era l’unica via per diventare un Paese occidentale a tutti gli effetti. Qualcuno può onestamente sostenere che questa moda si sarebbe affermata anche senza l’avvento di Berlusconi?

Peccato che coloro che erano usi alla falce ed al martello, ora stentino assai ad assimilare la civiltà liberale, che del comunismo è l’antitesi, ancor più di quanto lo siano le religioni. Allora accade spesso che il liberalismo venga usato da qualcuno come una clava, senza sapere bene cosa esso sia in realtà.

Il liberalismo sta dentro ogni individuo alla sua nascita e può essere ucciso da ideologie fanatiche al potere, ma non lo si può studiare in fretta e furia su un “bignamino” della politica.

L’essenza della civiltà liberale sta nel primato dell’Individuo sullo Stato: lo Stato è al servizio del Cittadino e non viceversa, come accade invece  nelle civiltà stataliste.

Questo è il vero nocciolo della questione, caro Sig. Marchisio: Prodi, con tutta la sua scombinata banda comprendente tutte le sfumature della sinistra, dai no-global ai democristiani dossettiani, non potrà mai neppure concepire uno Stato liberale, al massimo ne potrà parlare – a sproposito – infilando qualche falsa liberalizzazione, che in realtà è un regalo alle solite Coop (vedasi la liberalizzazione dei prodotti farmaceutici che, solo per pura combinazione,  può di fatto interessare  unicamente le Coop).

Sorvoliamo sulla montagna di falsità, colte chissà da quale fonte, sull’incitamento all’evasione fiscale, o cose insignificanti quali le scene irrituali, ecc.

E’ forse la civiltà che vuole il Sig. Marchisio quella in cui un fisco avido e cieco umilia e rischia di togliere di mezzo la parte produttiva del Paese, in nome della lotta ad un’evasione, che innanzitutto sarebbe da cercare altrove, per esempio tra coloro che svolgono lavoro nero (per necessità o per scelta) e non sempre tra i soliti che già sono spremuti come limoni? E intanto la pressione fiscale italiana è tra le più alte del mondo.

E’ forse la civiltà che vuole il Sig. Marchisio, quella in cui si illudono centinaia di migliaia di immigrati con un’apertura totale ed indiscriminata delle frontiere (salvo poi far finta di cacciarne via un po’ per placare la rabbia della gente), senza garantire loro un lavoro ed una dignità di vita, ma solo per avere più poveri da sfruttare e da cui ottenere una sorta di  voto di scambio?

E’ forse la civiltà che vuole il Sig, Marchisio quella in cui si parla tanto di conflitto di interessi dell’avversario politico, mentre tutto viene strutturato perché le Coop possano prosperare al di là di ogni legge di mercato, mentre i veri conflitti di interesse di chi è controllato e controllore allo stesso tempo (per vedere questo non serve uscire da Savona) passano come cose normali, mentre si dice che Berlusconi abbia controllato tutte le televisioni, le stesse che (tafazzianamente?) per i 5 anni di governo non hanno fatto altro che picchiare contro lo stesso Berlusconi?

Ma via, se questa è la civiltà che vuole il Sig. Marchisio – prodiano convinto fino al suo “25 aprile” – non è certo la stessa che voglio io, né – credo - quella che vuole la maggioranza degli Italiani. Certamente è una civiltà che non ha nulla di Liberale.  

Stella, 22 novembre 2007.                                                                           Emilio Barlocco

 

23 NOVEMBRE  per chiudere con Barlocco

Gentile redazione,

facendo un poco di violenza al mio temperamento mi permetto di dedicare ancora qualche riga alla risposta che mi ha dato Emilio Barlocco, che ringrazio per aver preso sul serio, pur non condividendole, le mie osservazioni. Dopodiché, per parte mia, chiudo ogni polemica.

Ciascuno ha pieno diritto alle proprie opinioni e avevo già chiarito come, diverse essendo le mie posizioni politiche da quelle dell'interlocutore, non mi sarei certo atteso di convertirlo. Mi permetto soltanto di dire che, sebbene opinabili come tutte le affermazioni di questo mondo, le mie frasi non erano tuttavia gratuite:

da questa accusa sono certo di potermi difendere.

Non ho nessuna

intenzione di tornare alla politica pre-1994: anzi, mi fermerei proprio a quella, perché sono un sostenitore del sistema elettorale maggioritario che, all'epoca, era molto caro proprio a Silvio Berlusconi. Oggi non è più di moda, nemmeno presso la mia area politica: e di questo mi dispiace. Non ho certo mai associato liberalismo e fascismo e del resto mi pare che la memoria di Piero Gobetti e di Giovanni Amendola, per dire due nomi, sia sempre stata additata ad esempio nella storia repubblicana. Al massimo, tali nomi possono essere stati lievemente sgraditi, in epoca recente, proprio a qualche alleato dell'onorevole Berlusconi. Non ho avuto nemmeno troppo tempo a disposizione per prendere confidenza con la falce e il martello, essendo nato (ma questo certo il mio contraddittore non poteva saperlo) nel 1980. E che oggi in Italia tocchi alla sinistra moderata tenere alto - per un paradosso della storia, senza dubbio - il vessillo del liberalismo non lo dico solo io, ma anche Pietro Ichino, qualche settimana fa, sulla prima pagina del "Corriere della Sera", nonché, da anni, Michele Salvati e perfino un ex segretario del Pli, Valerio Zanone, ora senatore democratico.

Non voglio certo né una

civiltà che illude gli immigrati né una pressione fiscale violenta: su questo io e Barlocco concordiamo in pieno e mi fa sinceramente piacere.

Sono anche d'accordo che vada evitato ogni tipo di monopolio commerciale, sia pure delle cooperative: non vedo però perché questo dovrebbe comportare un rigore meno inflessibile nei riguardi del conflitto d'interesse di cui Berlusconi è portatore, e la cui gravità, non scalfita dalla legge Frattini, è riemersa brutalmente proprio in questi giorni, in forme tra l'altro particolarmente sgradevoli.

Ultimo ma per me forse più importante punto: non mi sembra di avere scritto "montagne di falsità" sui comportamenti irrituali dell'onorevole Berlusconi ai tempi in cui era Presidente del Consiglio; se l'ho fatto, sono in compagnia di tutte le testate giornalistiche italiane e internazionali, dall' "Economist" in giù. O forse Barlocco non ritiene "irrituali" le accuse di "turismo della democrazia" ai componenti del Parlamento europeo e di devianza mentale a chi intraprende la carriera di magistrato, testimoniate - insieme ad altre

- da ogni organo di stampa. Se così è, chiarisco subito: a queste cose, per esempio, mi riferivo.

Se poi la mia idea di civiltà e quella di Barlocco su molti punti divergono, pazienza: e il dibattito su chi di noi sia più liberale non credo passerà alla storia. Per questo, salutando la redazione che mi ha dato spazio e ringraziano il mio contraddittore per avermi comunque indotto a riflettere, lo chiudo qui: nella speranza di non aver già troppo annoiato i lettori, e "paulo maiora canamus".

Cordiali saluti

Jacopo Marchisio