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16
Apr
Celle Ligure. Decolonizzazione spinta Stampa E-mail
Scritto da Luigi Bertoldi   
 

DECOLONIZZAZIONE SPINTA

Dunque, l’operazione “Colonie” è pronta per la seconda volta ad entrare nella fase esecutiva (c’era già entrata anni fa, con la Colonia Milanese!), con la Colonia Bergamasca.

A Celle la storia non insegna. La sciagurata operazione Rilevato Ferroviario conclusasi con il fallimento dell’impresa e la condanna dell’impresario, e l’operazione Milanese, conclusasi con la liquidazione dell’impresa e due condanne non sono tenute in alcuna considerazione.

Questa volta sarà diverso? Mah …!

Al momento devo registrare una riuscitissima giornata FAI,
diventata utile alla proprietà che ne ha approfittato per esporre il progetto residenziale e, chissà, a suscitare qualche interesse all’acquisto.

Proprietà che, come reso noto dalla stampa, risulta ora intestata all’Istituto per il Sostentamento del Clero, per il 51%, ed a Spininvest s.r.l. di Aldo Spinelli, per il 49%. Già anni fa ci si aspettava l’uscita della Chiesa dalle operazioni immobiliari, soprattutto da questa, decine e decine di volte finita nella cronaca per aspetti non proprio positivi, indagata sia da Bankitalia che dalla Magistratura. 

Nel 2014, così come riferito dal Secolo XIX, l’allora Vescovo di Savona, monsignor Lupi, faceva riferimento alle iniziative edificatorie dell’Istituto come a operazioni commerciali che nulla avrebbero a che fare con il suo spirito vocazionale.

Nel giugno 2016 La Stampa titolava: “la Chiesa savonese ha deciso di uscire dal business del mattone”.

Il 6 ottobre 2017, in una intervista al Secolo XIX, il nuovo Vescovo, monsignor Marino, rilasciava questa dichiarazione: “Gli unici mattoni della Chiesa sono il Vangelo, la fraternità e l’amore verso i poveri. Degli altri mattoni ne facciamo a meno. La nostra diocesi non si occuperà più di attività imprenditoriali [...] Basta edilizia. Per essere Chiesa ci servono il Vangelo e l’amore per gli altri. Di tutto il resto ne possiamo fare a meno. Non mi interessa alcun tipo di attività imprenditoriale”.

Ci abbiamo creduto, in queste parole, ci abbiamo sperato e ci speriamo ancora.

Mater et Magistra, non S.p.A.

Ma finché sta lì dentro è S.p.A. ed oggi una società per azioni, se vuol fare speculazione edilizia, non può andare troppo per il sottile: deve essere disposta a trattare, cooperare, accordarsi anche con soggetti di ben diversa formazione morale.

Il conflitto fra il dovere di guidare alla rettitudine e alla giustizia, e l’obbligo di perseguire il profitto è palese.

Allora, non sarebbe bene che quel “Basta” diventasse davvero basta? Da ora, non da domani! Perché se fosse basta dopo aver ottenuto le autorizzazioni edilizie ed averle vendute, la questione morale non sarebbe affatto superata.

Anche se è comprensibile il desiderio di evitare il negativo segno finanziario, io ci vedrei molte buone ragioni per riconsiderare seriamente l’abbandono. Se non si è dilapidato troppo capitale oltre a quello utilizzato per l’acquisto (certo che se si danno 100.000 € agli specialisti della democrazia partecipativa, quando a Celle c’è un gruppo di valenti facilitatori, e 2.500 € al mese ai componenti del Consiglio di Amministrazione …!) il costo non sarebbe eccessivo: l’autorità morale della Chiesa vale ben più di alcuni immobili, magari romani, che dovrebbero essere venduti! Se, poi, le fideiussioni rilasciate non avessero valore, l’insistenza a concludere l’affare sarebbe ancor meno comprensibile.

Di fatti da comprendere, per la verità, ce ne sarebbero diversi, a partire dall’iniziativa – perché acquistare la Colonia, dove era vietato costruire residenziale, se, a detta degli stessi vertici societari, senza il residenziale ci sarebbe stato un insufficiente ritorno economico?

Ma c’è da capire, soprattutto, come si è arrivati a disprezzare in modo così odioso ogni diritto morale della comunità cellese. Diritto che non può essere nascosto da un racconto incompleto. La storia delle Colonie non comincia con l’edificazione a Punta dell’Omo (si chiama così, non Olmo), comincia già prima del 1880, con l’insediamento in S. Sebastiano, dopo piazza S. Brigida, dell’Ospizio Marino Bresciano che ospitava bambini lombardi anche scrofolosi, e vede Celle diventare, nel 1914, il secondo comune italiano, dopo Riccione, per capienza delle strutture di accoglienza infantile ed il secondo, dopo Viareggio, per il numero di bambini accolti. Facciamocela raccontare da Michele Manzi, questa storia: lui ne possiede una vasta documentazione, essendo erede di chi acquistò una parte degli immobili di S. Sebastiano, prima del trasferimento delle Colonie a levante del paese. E facciamola diventare storia di tutti noi, non dei soli cellaschi in via di estinzione: sarà il primo passo per far uscire dall’agonia questo martoriato paese.

Luigi Bertoldi

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