Il film della settimana: Wolfman

Wolfman, film di Joe Johnston, con Benicio del Toro, Antony Hopkins, produzione Usa e Regno Unito, 2010, genere horror, 103 minuti, remake del classico film  L’uomo lupo. Oscar per il trucco e l’acconciatura.

Inghilterra 1891. In seguito alla morte del fratello Ben, Lawrence Talbot (Benicio del Toro) figlio primogenito di sir John Talbot (Antony Hopkins),  torna a casa nella brughiera di Blackmoor dopo una lunga assenza.

Suo fratello è morto sbranato da una bestia, in una notte di luna piena, forse a ucciderlo è stato un lupo mannaro, ipotesi quest’ultima che la polizia esclude perché non crede a quella che ritiene essere solo una sciocca superstizione popolare.

La moglie di Ben chiede aiuto a Talbot che inizia le indagini. Si reca  presso una veggente zingara, abitante con la sua gente nel luogo del tragico accaduto;  durante l’incontro, all’improvviso compare sul posto uno strano animale, feroce, dalla velocità, forza, e agilità straordinarie che fa strage degli zingari, lo fa con grande facilità e inaudita violenza. La bestia, che aveva aggredito anche Talbot, lo lascia poi per terra, in fin di vita.

A questo punto le indagini proseguono, esse vedono sempre più in campo  la polizia.

Talbot nel frattempo si era  innamorato della moglie di suo fratello Ben, un sentimento  difficile da portare avanti perché contrastato dai drammatici fatti che si susseguono ogni giorno lacerando  il quotidiano di tutti. L’amore avrà una vita molto difficile.

Il padre di Talbot, sir John Talbot manterrà in tutte queste tristi vicende un atteggiamento ambiguo, tanto da indurre lo spettatore a chiedersi: ma chi è veramente il sir e quali verità nasconde?

Commento critico. Nuova versione della creatura creata da C. Siodmak. Il film la interpreta in chiave metaforica ponendo questioni sul mondo di oggi di indubbio interesse, come il fallimento della ragione politica e civile dovuto in gran parte nel mondo occidentale all’uso improprio della scienza e delle tecnologie, divenute, per una loro mitica e abbagliante penetrazione nel tessuto sociale di massa, veri e propri feticci, icone di culto comprimenti pulsioni primarie importanti. Quest’ultime, sempre più imprigionate da sintomi nevrotici narcisistici in lotta con un primario offeso, cortocircuitano il simbolico annullandone la forza, e sembrano andare verso espressioni violente impregnate di una visionarietà immaginifica, di impossibile decifrazione simbolica, totalitaria, tanto potente quanto egoistica, cieca, extraumana.

  Biagio Giordano

 

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