Il film della settimana: Ultimo tango a Parigi

Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, con Marlon Brando, Maria Schneider, Italia, 1972, 131 minuti, drammatico.

Parigi, inizio anni ’70. Un giorno qualsiasi  d’inverno. Mattino.

Un uomo cammina solitario, senza meta, sotto una sopraelevata ferroviaria deserta, ha uno sguardo assente,  gli occhi sembrano non vedere. La sua mente è ripiegata su se stessa?  Veste un casual un po’ trasandato,  sullo sfondo davanti a lui si intravede in arrivo una ragazza dall’aspetto elegante e distinto. Lo incrocia,  probabilmente  non del tutto indifferente, e prosegue sul suo cammino.

I due vivono situazioni molto diverse, ma hanno una necessità in comune: cercano  una casa in affitto, lui per sfuggire al trauma rilasciatogli dal suicidio della moglie avvenuto nella vasca da bagno, lei per sposarsi.

Si incontreranno di nuovo, seppur casualmente, in una vecchio appartamento del centro, che un’agenzia immobiliare propone in affitto. L’appartamento è  vuoto, a parte qualche topo qua e là. La ragazza vorrebbe parlare con quel uomo dall’aria triste e dai modi introversi, ma cerca di non darlo a vedere, in fondo sono lì solo per decidere se prendere o meno in affitto quella grande e luminosa casa.

L’uomo (Marlon Brando), è un ex giornalista americano dal temperamento inquieto, ex rivoluzionario in America latina, non più giovane. La tragica morte della moglie sta per fargli cambiare vita, lei è una ragazza parigina (Maria Schneider)  piena di energie, sta girando, un po’ per scherzo un po’ per snob, un documentario spiritoso sulla propria vita, un video che lo stile reality rende particolarmente vivace e attraente. Il suo fidanzato né è il regista.

Si incontreranno di nuovo, sempre in quella casa, sempre casualmente, e  accadrà qualcosa che colpirà la vita di entrambi.

In quell’appartamento vuoto e fatiscente, esplode tra i due, improvvisa, la passione. I due si amano,  si odiano,  si raccontano, vivono  come se sognassero ad occhi aperti, protetti dal benefico influsso del loro desiderio corrisposto.

Si lasciano e si rivedono, lui si innamora, lei no,  egli la cerca e lei lo respinge. L’uomo non demorde, ma ha ormai perso la testa, la insegue fin su nel suo appartamento, implora un legame, paradossalmente, per ricominciare a vivere  in un quotidiano più libero, aperto, senza più nascondersi, immergendosi di nuovo, dopo il lutto, in una realtà arricchita da sentimenti nuovi che le istituzioni approvano e regolano.

Lei rifiuta, lui insiste, finirà ucciso per mano di lei, con un colpo di pistola.

La storia finisce con il pensiero a viva voce della ragazza che si prepara all’incontro con la polizia: “Ho sparato a un uomo che non ho mai conosciuto, introdottosi in casa mia con la forza …”

Ultimo tango a Parigi è un film sul conflitto tra generazioni negli anni ’70, un’epoca in cui si percepiva, con una certa chiarezza, tra le pieghe delle ricche atmosfere culturali giovanili, indubbiamente innovative, un odio sordo e irrimediabile verso le persone più integrate  nel sistema.

Un conflitto leggibile in questo caso attraverso la lente  della passione erotica.

Il film pur struggente si sofferma analiticamente con impersonalità e cinismo, senza prendere mai posizione,  soprattutto sul veloce percorso temporale  di quella passione erotica segreta, nata improvvisa tra la bella giovane parigina e l’uomo americano di mezza età.

Una passione che quando si avvierà ad essere vissuta nella realtà esterna, naufragherà tragicamente, proprio per via di una totale assenza di comunicazione generazionale tra i due amanti, percepibile quando essi si muovono sul piano dell’esistenza più istituzionalizzata.

L’uomo osa ancora un futuro, ma nella mortale normalità del vivere civile quotidiano, un civile privo di quella  libertà senza prezzo che rilascia un  inconscio aperto quando è tutto artisticamente proteso alla soddisfazione di pulsioni irrefrenabili, lei invece non accetta legami che obblighino a ruoli precisi, subalterni a quelli maschili dominanti.

Da come sono state presentate logicamente le cose nel film, sembra che nulla potesse sopravvivere del loro rapporto  al di là di quel fantasma erotico nato in un luogo che separava dal mondo e che forse aveva causato proprio per questo un potenziamento del desiderio  che lo costituiva. Quest’ultimo era così forte e prezioso che li costringeva a vivere nascosti, esiliati in quel austero edificio storico affinché le fantasie che lo tessevano non si disperdessero  all’esterno  nel mare di un  reale straniante ignaro dell’amore in atto.

Un film sull’origine misteriosa e fatale di un desiderio irrefrenabile:  di cui si conosce solo il suo ossimoro, la sua forza e la debolezza, ossia il grande piacere che procura e la sua incapacità di rimanere responsabilmente in vita all’esterno, nell’involucro di un tessuto sociale eticamente trasparente.

Forse quel desiderio era solo un antico spettro inconscio dell’amore, incapace di realtà, proveniente da chissà dove e nato chissà quando, e che si aggirava eterno, insidioso e provocante, tra le antiche stanze di quel  appartamento parigino che lo aveva destato.

Biagio Giordano

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