Il film della settimana: Gran Torino

Gran Torino, di Clint Eastwood, con Clint Eastwood , Bee Vang, Brian Haley, uscita anno 2008, Usa Australia,  durata 116 minuti, genere drammatico.

Morta la moglie, Walter Kowalski (Clint Eastwood), quasi ottant’enne,  sopravvissuto fortunosamente alla guerra di Corea, ex operaio della Ford, vive solo con la cagna Daisy e una lussuosa auto denominata Gran Torino, modello 1972, da lui stesso assemblata. Abita in un quartiere multietnico di Detroit costituito da abitazioni indipendenti, ed è vicino di casa di una famiglia asiatica di etnia Hmong, quella perseguitata dai vietnamiti dopo il ritiro dei soldati Usa con cui gli Hmong avevano collaborato.

Kowalski ha culturalmente qualche influenza cattolica, ed è di lontane origini polacche. Non gode di buona salute, è un fumatore accanito, malato ai polmoni, forse anche nevrotico perché appare astioso con tutti.  Patriota incline al razzismo, ha però nobiltà d’animo e sensibilità per chi lo rispetta:  tanto da  mettersi in alcuni casi in discussione e di dare amore.

Conoscendo meglio la famiglia Hmong e vedendo coi suoi occhi come venga perseguitata da alcuni bulli afroasiatici, Kowalski, indignato, riprende le armi per difenderla, lo farà fino al punto di sacrificare se stesso, anticipando la sua morte che era già imminente per carenza di salute. Kowalski offrirà con astuzia il petto al nemico davanti a testimoni e quando farà finta di estrarre dalla tasca la pistola verrà crivellato di colpi. Una volta morto la banda di bulli verrà finalmente arrestata e andrà incontro a una severa punizione.

Splendido film sulla complessità del razzismo, sul suo essere altro rispetto a quanto manifesta e dice inizialmente, ossia straniero che è in noi e che la fretta, la corsa di vivere il quotidiano rimanendo all’interno del flusso dominante, ne impedisce  l’elaborazione,  rendendoci oscuro il suo senso più profondo, quello che affonda le radici in ancestrali pulsioni sempre più di impossibile addomesticazione civile.

Un film sull’inconscio, sul suo potere di cifrare, in certe circostanze, i segni di quell’autenticità che i luoghi comuni, le convenzioni, i rituali civili, il conformismo, tengono cinicamente lontano dalla coscienza.

 Biagio Giordano

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