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INCHIESTA

Savona, la sinistra diventa autistica

«Rapporto» da un'ex città industriale ligure. Nelle scelte della giunta di centrosinistra e nella chiusura dei partiti, le ragioni di una débâcle. Eppure Savona non è un deserto politico Partiti da un lato, chi fa cultura e politica di base dall'altro: la distanza cresce anche dopo il 13 aprile

Astrit Dakli

SAVONA

 

Una cosa è certa: le forze di centrosinistra che hanno governato Savona negli ultimi anni non hanno fatto granché per farsi benvolere dai cittadini. Non da quelli che si definiscono di sinistra, perlomeno - e neanche da quelli di centro, visto che il primo atto del nuovo Partito democratico, appena finita la buriana elettorale, è stato una scissione interna, con gli ex (ex?) margheritini autosospesi dal partito e una rissa interna tanto violenta quanto premonitrice di guai più diffusi in tutto il corpo nazionale del Pd.
Difficile comunque incontrare a sinistra qualcuno che sostenga di aver visto, in tempi recenti, un governo positivo e avanzato della città, qualcosa che vada al di là delle grandiose (e ingiustificate) operazioni immobiliari che stanno drammaticamente cambiando il volto di Savona. Le accuse rivolte alla giunta - cecità, chiusura, arretratezza, estraneità rispetto ai cittadini - si sprecano, e investono in pieno anche la componente «radicale» del centrosinistra, quella dell'esperienza Arcobaleno, alla quale i suoi stessi elettori attribuiscono forse un po' di onestà in più, se paragonata allo standard generale degli amministratori italiani, ma ben pochi altri meriti.
Quel che è peggio è che nemmeno lo shock tremendo del 13-14 aprile e la perdita, con la rappresentanza parlamentare, di una legittimazione come forza politica nazionale sembrano aver reso i politici «arcobaleno», qui in zona, più svegli e sensibili alle richieste che vengono dai loro stessi elettori.

Shock nel vuoto
Così il panorama politico savonese resta povero e difficile come e più di prima, anche se in teoria il contesto istituzionale è migliore che altrove e se ci sarebbero buone tradizioni solidaristiche su cui innestare un nuovo lavoro di costruzione sociale. Come e più che altrove, il grosso del lavoro resta affidato all'associazionismo, soprattutto in campo culturale, e al volontariato; e i protagonisti lamentano una grande solitudine e la difficoltà, quando non l'impossibilità, di un rapporto con i partiti, che dovrebbero invece essere i punti di riferimento principali. Ma forse i leader locali hanno altre idee.
Fatto sta che due dei principali centri culturali della città, la libreria Ubik e il Filmstudio, entrambi con un chiaro orientamento di sinistra e ciascuno con un ricco bagaglio di circa tremila nomi nel proprio database (clienti o soci registrati) da tempo sollecitano inutilmente i partiti a «farsi vivi» in qualche modo, a utilizzare queste strutture per promuovere iniziative politico-culturali. «Dopo il disastro elettorale di aprile - ci racconta Stefano Milano, titolare di Ubik - pensavo che fosse naturale per le forze che hanno subìto quella batosta cercare un contatto con i cittadini, con il mondo della sinistra 'civile', sfruttando la nostra disponibilità. Ma non è successo proprio niente. Gli unici sono stati i Verdi, che hanno prenotato la nostra sala per un dibattito sul futuro dell'ambientalismo. E basta. Nessuna iniziativa, nessun tentativo di costruire almeno una diversa strategia di contatto con la gente, che ne so, per esempio sul modello di Grillo. Ho l'impressione che il settarismo culturale sia ancora troppo forte. Per dire, proprio qui davanti vedo tutti i giorni i ragazzi di Lotta Comunista che vendono il loro giornale: fanno bene, per carità, ma sempre gli stessi gesti, le stesse parole, lo stesso stile, è evidente che così non riusciranno mai a uscire davvero dal loro ghetto. E gli altri fanno lo stesso».
Lotta Comunista, sia detto per chi non è ligure, è un «antico» gruppo politico extra- e anti-parlamentare, nato negli anni '50 su ispirazione di Arrigo Cervetto e che a Genova e Savona ha sempre avuto una discreta base tra i portuali e poco oltre. Tra le personalità che ne hanno fatto parte si conta Marco Ferrando (Partito comunista dei lavoratori), che non a caso proprio nel savonese ha le sue radici.
Al Filmstudio, ormai storico cineclub d'essai savonese gestito da un gruppetto di giovani, le questioni sono diverse ma il refrain alla fine è lo stesso: i «nostri» non sono interessati a far politica con gli strumenti culturali che pure avrebbero a disposizione. Semplicemente non li capiscono. «Abbiamo una grande difficoltà a discutere di progetti culturali con gli amministratori della città - ci dice Marco Biancardi - eppure tra loro c'è ben gente di sinistra, di Rifondazione, del Pdci. Il Filmstudio, se avesse qualche sostegno dal Comune, potrebbe fare cultura in modo molto migliore e più vasto di quel che non faccia ora. Ma niente da fare: ci sentiamo davvero abbandonati, alla deriva. L'unica volta in cui abbiamo visto il sindaco qui in sala è stato poco prima delle elezioni comunali scorse, quando abbiamo ospitato un convegno provinciale dell'Arci. Il sindaco è venuto, ha fatto un bel discorso, ha promesso tante cose e poi, passate le elezioni, non s'è visto più nulla. E noi abbiamo resistito fino ad ora soltanto rinunciando a qualche stipendio». In pratica, riducendo al minimo l'offerta di servizi culturali di qualità - l'unico possibile antidoto, se vogliamo dirlo, ai veleni propinati massicciamente dal sistema televisivo.

Fuga dai partiti
«Abbiamo provato tante volte a proporre delle iniziative - racconta Emanuele Badano, giovanissima anima del Filmstudio - ne abbiamo perfino realizzate alcune con successo, ma da parte delle nostre istituzioni, soprattutto in Comune, non c'è nessun interesse per la ricerca culturale: loro comprano soltanto - spendendo un sacco di soldi - dei 'pacchetti' belli e pronti, dei nomi-evento come Jovanotti o Manu Chao, e tutto finisce lì. Nessuna provocazione, nessuna voglia di stimolare la gente. Di fronte a questa situazione, il risultato delle elezioni non può peggiorare niente, lo capisci anche tu. E del resto, siamo in contatto con un'associazione come la nostra di Pordenone, dove da molto tempo governa la destra; bene: loro, che sono di sinistra come noi, presso quella amministrazione trovano molto più ascolto e sensibilità di quanto non troviamo noi qui».
Al porto, tra i non molti lavoratori rimasti, l'atmosfera è per molti versi simile. Cristiano Ghiglia, giovane responsabile della Filt-Cgil, dopo una certa diffidenza iniziale racconta a ruota libera la sua fuga dai partiti, prima da Rifondazione, poi dal Pdci («mi hanno deluso tutti quanti, anche il progetto Arcobaleno non è mai decollato, adesso non mi convince più nessuno») e le gravi difficoltà che sempre più trova nel suo lavoro di sindacalista. Perché l'iniziativa della parte avversa, padroni e governo di centrodestra, passa alla grande tra i lavoratori. «L'Ici, è ovvio, figuriamoci. Ma anche la storia della detassazione degli straordinari. Hai voglia a spiegare che è una fregatura: i lavoratori - i nostri, eh, quelli con cui parliamo sempre - la vedono come una buona opportunità. La stessa cosa sarà con i futuri contratti individuali di cui adesso si parla tanto: so già che ai lavoratori non saranno per niente indigesti, anzi, li gradiranno, perché hanno ormai interiorizzato l'idea della competizione continua, l'idea che 'magari posso ottenere qualcosa più degli altri'. Purtroppo la sinistra non ha saputo combattere questo nuovo senso comune montante, né a livello nazionale né qui in loco: di fronte alle proposte degli imprenditori i miei compagni legati ai partiti arcobaleno oppongono sempre dei 'no' e dei rilanci verso cose impossibili, e in questo modo si staccano sempre più dalla realtà concreta dei lavoratori. Non riusciamo mai a far ottenere loro qualcosa di concreto, quel 'qui e ora' che potrebbe ridargli fiducia».
Si potrebbe aggiungere che i pochi «sì» arrivano, un po' giocoforza, proprio sulle questioni più discutibili, come il progetto della nuova piattaforma Maersk per container, che occuperà un gigantesco tratto di mare davanti a Vado, subito a ovest di Savona. La Filt ha approvato l'idea perché porta un po' di lavoro in più (forse) in un panorama di continue dismissioni (se n'è andata la Piaggio, se n'è andata la Ferrania...) e riduzioni, ma si tratta di uno di quei progetti che per dimensioni e impatto ambientale sono un vero pugno in faccia; inoltre sul progetto si è fatto un referendum (ovviamente solo consultivo) in cui la maggioranza dei cittadini ha votato «no» contro le indicazioni dei partiti - salvo che gli appalti erano già stati fatti e i lavori per la viabilità già incominciati...
Roberto Melone, del Contratto mondiale dell'acqua, vede proprio in vicende come quella della piattaforma - dove si è formato un Comitato cittadino ad hoc, su posizioni di sinistra ma in opposizione ai partiti - il punto dello scollamento più grave tra la sinistra che sta nelle istituzioni e quelli che dovrebbero essere i suoi elettori. «Qui nel savonese è un fenomeno particolarmente evidente - dice Melone - per esempio nella privatizzazione dell'acqua. A parole la giunta provinciale è contraria alla privatizzazione, ma nei fatti le sta spalancando le porte attraverso l'assegnazione ai privati del costruendo depuratore di Albenga, quando per mantenerlo pubblico basterebbe una frazione dei finanziamenti che vengono buttati nelle 'grandi opere' come la piattaforma container, o la nuova variante della via Aurelia o ancora, dio ce ne scampi, il progetto di spostamento all'interno della ferrovia. Su tutte queste cose sono nati o stanno nascendo dei comitati civici di opposizione in cui la sinistra non ha voce o ne ha molto poca».
Anche quando non c'è aperto scontro, le difficoltà culturali degli amministratori di sinistra appaiono gravi. «Un altro esempio lampante - racconta sempre Melone - è il piano rifiuti della provincia, elaborato da un assessore di Rifondazione: è un ottimo piano, molto avanzato, ma alla resa dei conti il suo stesso partito non ha fatto niente per difenderlo e imporne l'applicazione, non ha premuto sui sindaci, niente». E pensare che avrebbe potuto essere un ottimo argomento da campagna elettorale, ma evidentemente le segreterie dei partiti sono interessate ad altro.
«Ancora un esempio: il candidato sindaco arcobaleno di Ceriale, qui vicino, che ha alle spalle una realtà di sinistra abbastanza solida e radicata tra la gente perché ci sono associazioni che lavorano molto (e infatti il 13 aprile l'Arcobaleno ha preso più dell'8 per cento) prima delle elezioni è stato convocato a Savona dai segretari dei quattro partiti per verificare la sua 'rispondenza alla linea'...». E se questa amarezza è diffusa tra i più attivi del «popolo di sinistra», c'è poco di che essere ottimisti per le prossime amministrative.
(3 - continua)