Riflessioni sulla politica
Riconosco di essere una persona caratterialmente scettica e diffidente, persino
malpensante. Ideologicamente sono un ateo marxista. Sono stato ripetutamente
disilluso dalla vita, amareggiato da esperienze negative, tradito dal
comportamento spregiudicato di numerosi pseudo compagni e dai falsi partiti
politici di “sinistra”.
Francamente sono molto arrabbiato contro i falsi moralisti e i falsi compagni, i
parolai e i “pifferai magici” della sinistra borghese, affetta dal morbo
del “cretinismo parlamentare”. L’esperienza storica ha dimostrato che
costoro aspirano solo ad adagiare il proprio deretano sopra un comodo ed ambito
scranno all’interno delle istituzioni borghesi per ricavarne potere, gloria,
ricchezza, privilegi e immunità personali, fregandosene delle sofferenze e dei
bisogni della gente, delle istanze dei loro elettori.
La
mia posizione di critica netta e intransigente mi ha procurato problemi di
solitudine politica, condannandomi ad una sorta di ostracismo e di esilio
morale, di isolamento nel territorio dove abito. Ma tant’è. Credo di essere
sufficientemente forte e vaccinato verso tale situazione, abbastanza immune
rispetto alla violenza morale ed esistenziale esercitata dai conformismi di
massa, compresi quelli imposti dalla “sinistra”, essendo abituato al
ruolo, senza dubbio scomodo, di bastian contrario, di ribelle anticonformista e
di “cane sciolto”, per cui la condizione di marginalità non mi turba
affatto.
Ultimamente ho cercato di uscire dall’isolamento politico provando ad infrangere
il clima di chiusura ed ostilità creato nei miei confronti dai vari
“forchettoni”, “rossi”, “bianchi” o “neri” che siano. I
quali dettano legge soprattutto in alcune realtà di provincia come l’Irpinia.
Una terra costretta ad un livello di sudditanza semifeudale, le cui popolazioni
sono soggette a ricatti e condizionamenti perpetui e ad un mostruoso giogo
clientelare. Non dobbiamo dimenticare che il territorio dove abito rappresenta
da lustri un feudo incontrastato di Ciriaco De Mita e dei suoi galoppini.
L’Irpinia è da sempre una roccaforte elettorale e clientelare della peggiore
Democrazia cristiana.
Tuttavia, non mi lascio mai sopraffare dallo sconforto o, peggio, dalla
depressione, né da rancori e risentimenti, ma reagisco sempre con rabbia e
indignazione, riscoprendo “prodigiosamente” una spinta motivazionale che
mi restituisce un fervido entusiasmo e una volontà combattiva, un desiderio
tenace ed impetuoso di lotta e di riscatto. Forse perché sono uno spirito libero
e ribelle, consapevole della lezione della storia. La quale insegna che è
addirittura possibile, quindi concepibile, la realizzazione dell’utopia.
Si pensi che fino al XVIII secolo, ovvero il “secolo dei lumi”, la
schiavitù del lavoro, la servitù della gleba e la tirannia aristocratico-feudale
erano viste quali elementi ineluttabili e immodificabili, al limite come
fenomeni conseguenti a leggi naturali, come una realtà che era sempre esistita e
sarebbe durata in eterno, e non come dati storici transeunti, soggetti a
trasformazioni rivoluzionarie determinate dalle forze produttive e sociali in
movimento e in lotta sia per necessità oggettive che per volontà soggettive.
Eppure, alla fine del 1700 la rivoluzione francese e il radicalismo giacobino,
mobilitando le masse popolari e contadine, spazzarono via il feudalesimo e
l’assolutismo monarchico con tutti i suoi assurdi privilegi aristocratici, il
servaggio, l’oscurantismo religioso e tutte le anticaglie medioevali. Parimenti,
fino ad Abramo Lincoln nessuno avrebbe mai immaginato che la schiavitù, ritenuta
per secoli come una situazione naturale e ineluttabile, una condizione
ineliminabile e permanente dell’umanità, potesse un giorno essere abolita,
almeno giuridicamente, sebbene non ancora soppressa sul piano materiale. E lo
stesso si potrebbe dire per un fenomeno quale il cannibalismo, un’abitudine
alimentare millenaria dei popoli primitivi, che oggi farebbe inorridire
chiunque. E così per altre pratiche consuetudinarie, usanze e costumi del genere
umano.
Pertanto, perché ritenere già persa in partenza la lotta politica a tutela dei
lavoratori, in difesa dei salari più bassi e più deboli, una battaglia che si
attesta oltretutto su posizioni difensiviste di salvaguardia e di retroguardia?
Nel senso che non si aspira a fare la rivoluzione, a prendere il potere
conquistando il “Palazzo d’Inverno”, ma si tratta di informare e
sensibilizzare l’opinione pubblica promuovendo una presa di coscienza sulle
tematiche che investono direttamente la vita quotidiana e la condizione dei
lavoratori.
Non
vorrei allontanarmi dal tema in questione. Ricordo che una delle radici
ideologiche dell’opportunismo risiede precisamente nell’elettoralismo borghese.
Personalmente sostengo con estrema durezza la critica contro l’opportunismo in
quanto costituisce il male storico del movimento comunista internazionale. Non
c’è bisogno di scomodare Lenin o Rosa Luxemburg per dimostrare la validità di
tale tesi, basta guardarsi attorno.
L’interesse e il calcolo opportunistico, l’autoritarismo e il verticismo
burocratico, l’arrivismo, l’ambizione e il carrierismo individuale, le invidie e
i personalismi eccessivi, questi ed altri atteggiamenti piccolo-borghesi,
purtroppo assai diffusi in determinati settori della cosiddetta “sinistra
radicale” (e non solo negli ambienti della sinistra borghese e riformista),
costituiscono un male ben peggiore dell’isolamento personale.
La
principale preoccupazione per un’autentica forza antagonista e di classe, di
ispirazione comunista e anticapitalista, non può essere la “questione
elettorale”. Non credo che la priorità politica di una soggettività
comunista, specie in un momento di crisi epocale del sistema sociale vigente,
una crisi segnata da crescenti disordini e conflitti (si pensi al caso
emblematico della Grecia) che minano le basi stesse dell’assetto capitalistico
globale, possa essere il tema della rappresentanza elettorale.
L’esperienza storica dovrebbe insegnarci che il pericolo per un’autentica
sinistra comunista e di classe è costituito da ciò che si chiamava polemicamente
la “febbre elettoralistica”, cioè la frenetica ricerca del successo
elettorale, la conquista a tutti i costi del potere o di una quota di
rappresentanza nell’attuale ordinamento statale borghese. E’ esattamente questa
impostazione burocratica ed elettoralistica che rischia di aprire la strada
all’affermazione di tendenze opportunistiche e individualistiche
piccolo-borghesi, all’emergere di atteggiamenti di corruzione e di sfrenate
ambizioni di carriera. Come, d’altronde, dovrebbe insegnarci l’esperienza
storica del PRC.
In
passato la base elettorale del PRC e delle altre formazioni della “sinistra
radicale” era costituita da un mini-blocco sociale composto in gran parte da
operai e giovani lavoratori precari, eco-pacifisti, attivisti no-global, ecc. I
quali hanno giustamente reso pan per focaccia, sfruttando l’unica arma a propria
disposizione, vale a dire l’arma del voto, per espellerli dalle istituzioni
parlamentari a cui si erano tanto affezionati, infliggendo loro la punizione che
meritavano e che gli ha arrecato dolore e frustrazione, procurandogli una
logorante astinenza dall’esercizio del potere: “il potere logora chi non ce
l’ha”, come afferma un vecchio ed astuto volpone democristiano che ha
maturato una lunga esperienza ai massimi vertici del potere politico in
Italia.Fare clic per cancellare la replica.
Pertanto, bisogna prendere atto della verità storica a 360 gradi. Negli ultimi
anni il PRC era diventato un vero e proprio “covo” di opportunisti e
forchettoni, burocrati e funzionari di partito ambiziosi ed arrivisti. Dunque,
solo dopo aver fatto chiarezza fino in fondo e dopo aver svolto un’igienica e
necessaria opera di autocritica, solo a quel punto ritengo che si possa avviare
in maniera legittima e credibile un processo di ricomposizione di un’autentica e
moderna sinistra anticapitalista e di classe in Italia.
Per
quanto concerne la questione dell’isolamento, a me pare che questo costituisca
un problema della politica in generale. Tutti i partiti politici soffrono il
distacco e la disaffezione della gente, ma in fondo è sempre stato così, almeno
in Italia. Il popolo italiano è storicamente un popolo ignorante e qualunquista,
privo di senso civico e di moralità pubblica. Lo stesso Pier Paolo Pasolini
scriveva nel lontano 1973: “La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le
due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno
c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le
orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”. Più chiaro di così.
In
fondo, anche Guicciardini lo aveva compreso diversi secoli fa: il popolo
italiano bada solo al proprio “particulare”, persegue solo i propri
affari personali senza capire che i propri interessi possono coincidere e
identificarsi con quelli altrui. Ma anche ai più grandi marxisti rivoluzionari è
capitato talvolta di essere isolati. Rosa Luxemburg, ad esempio, è sempre stata
un’esponente isolata e minoritaria all’interno del movimento operaio e
socialdemocratico internazionale, e lo stesso Lenin, prima di prendere il potere
in Russia, ha sofferto una condizione di marginalità e di solitudine politica.
Lucio
Garofalo