Le sue ceneri forse disperse in mare, le ultime volontà del “mago dell’anca”

Il “calvario” di Renzo Spotorno

<Qualcuno dovrebbe vergognarsi>

Oggi solo lodi, ieri agli arresti, traumatizzato, con ferite mai emarginate


di Luciano Corrado

 

Le parole conclusive di una lettera (di Spotorno) al giornalista

Pietra Ligure – Ha disposto che le sue ceneri (ma il regolamento del Comune non lo consente) siano disperse in mare.

 Quel mare che “Renzo” Spotorno, nato a Varigotti il 19 dicembre 1936, amava, trascorrendo le ore di relax,  “meditazione”, riflessione, svago. Unico, inseparabile, hobby, meglio se in barca.

I funerali, mercoledì, alle 15, nella Basilica di San Nicolò, a Pietra Ligure.

Nel frattempo è già iniziata la gara degli elogi, “post mortem”. I pubblici rimpianti. Per scoprire che era una persona ricchissima di qualità, meriti.

Ora che ha finito di soffrire, dopo aver lottato, come ha sempre saputo fare, con tutte le sue forze, contro una malattia, un destino ormai segnato. Assistito, fino all’ultimo istante, con immensa forza d’animo, dalla moglie Angela che aveva conosciuto ed apprezzato in reparto. E da un amico caro, l’anestesista ed ex primario della rianimazione del Santa Corona, Alessandro Dagnino.

Non sappiamo quanti siano coloro che prenderanno parte ai funerali. Sarà folla. Sappiamo che, più di uno, dovrebbero stare lontani, vergognarsi. Sì, vergognarsi. Ci sono pagine e pagine di cronaca, di storia recente. Nel pieno della vita e della professione, quando aveva 58 anni, Lorenzo Spotorno finì in croce. “Perseguitato” dalla politica e dalle istituzioni? Ferito senza pietà. Colpito nel lavoro, nella vita privata, negli affetti, nella famiglia. Traumatizzato. Ferite mai rimarginate che l’hanno accompagnato,  ossessionanti e dalle quali non si era mai completamente liberato, fino all’ultimo respiro.

Almeno nella bara, i savonesi, i liguri “ben pensanti”, che non avevano avuto il coraggio di difenderlo quando era il momento, che si erano rifiutati di ragionare ad alta voce, scelgano il silenzio. Portino il rispetto che si deve di fronte alla morte eterna.

Oggi si fa a gara a descrivere l’elenco, quasi burocratico, del glorioso, formidabile, eccezionale, passato del “mago dell’anca”.

Ieri, senza esitazioni e senza scrupoli, grazie al “diritto di cronaca”, si sbatteva Lorenzo Spotorno in prima pagina.  Nessuna testata giornalista esclusa. Compreso chi scrive, oggi, queste righe. Tutti “colpevoli”.

Accuse a raffica che, con una piccola eccezione, si conclusero  nella formula giuridica “i fatti non sussistono”. Lorenzo Spotorno, imputato colpito da ordine di carcerazione, ma innocente, per la giustizia italiana.

In Liguria, in provincia di Savona, nei primi anni ’90 e fino al 1996, raccontano le pagine di giornale dell’epoca, è stato il “chirurgo” più inquisito che la storia giudiziaria ricordi. Un “Totò Riina  in camice bianco che stando a centinaia, migliaia di pagine, intercettazioni telefoniche, chilometriche  relazioni di servizio, indagini, rapporti giudiziari, si aggirava nella sanità pubblica e privata. Un “vampiro” assetato di soldi, meglio se in nero. Approfittando delle “liste d’attesa” di chi chiedeva di essere operato nel suo prestigioso reparto.

Alcune sue frasi, intercettate, con paroline tolte ed aggiunte, cercarono di infangare anche un presidente di Tribunale, Franco Becchino ed un procuratore della Repubblica, Renato Acquarone. Due servitori della giustizia e dello Stato democratico; chi li ha conosciuti può testimoniare il loro patrimonio di onestà.

Rinviamo alla pubblicazione di Trucioli Savonesi, di domenica 22 febbraio, un più documentato affresco, della “Spotorno story” con la riproduzione di articoli e documenti, sul “calvario” giudiziario dello specialista in ortopedia e traumatologia, e come recitava il suo ultimo ricettario <responsabile dell’Unità operativa di ortopedia anca e ginocchio Istituto clinico Humanitas (Mi). Consulente incaricato della struttura “chirurgia protesica” Azienda Ospedaliera Santa Corona Pietra Ligure. Prof. a contratto anno 1988-’89 a Pisa. Prof. a contratto anno 1990-’91 a Bologna. Prof. a contratto 1995.02 a Roma>.

Chi, tra la stretta schiera di amici, ha mantenuto negli anni i contatti, i rapporti di amicizia, si sentiva ripetere, quasi a litania: <L’obiettivo era sbattermi in galera e farmi cuocere a fuoco lento. Concussore dei suoi pazienti a suon di mazzette, calunniatore dei militari del Nas di Genova, impegnati nelle indagini, colpevole di non aver denunciato la mia caposala Luisa Gamba perché avrebbe preteso soldini in  reparto; mi accusavano di falso ideologico e materiale continuato perché, da medico primario e pubblico ufficiale al Santa Corona, concorrevo a truccare le liste d’attesa di chi doveva essere operato. E buon ultimo, di aver usurpato il titolo di professore…>.

Lorenzo Spotorno, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, veniva anche definito sui titoli di giornale il “chirurgo miliardario”, socialista (mai tesserato), vice presidente del Consiglio regionale, con un cumulo di assenze che rischiavano di fargli perdere il seggio. Aveva, allora 54 anni, dichiarava un reddito netto di un miliardo e 44 milioni di spese.

Per dare un’idea della macchina “infernale” che si era messa in moto, basti pensare che  titoloni di prima pagina (quotidiani del mattino e del pomeriggio della Liguria) descrivevano: <L’inchiesta sulle mazzette in corsia, al Santa Corona, sono  sfociate nel “Giallo Spotorno”. E ancora: “Il professore non si trova”. Oppure “Spotorno, fuggito in Svizzera”.

Un particolare, da “legarsi al dito”. Questo accadeva, un giovedì mattina, il 16 febbraio 1995. Eppure il “mago dell’anca” era al lavoro nella clinica San Michele di Albenga, “sorvegliato” a distanza (ma i collaboratori più stretti se ne accorsero e fu avvertito) dagli uomini del Nas che si erano mossi a seguito di una segnalazione scritta, dopo un blitz domenicale al Santa Corona, dell’allora ministro liberale della Sanità,  Raffaele Costa, cuneese.

E che dire di quella mattinata indimenticabile in ospedale che, muniti di cinepresa, gli uomini del Nas fecero irruzione nella Camera operatoria, con paziente sul lettino, il personale “pronto”, presenti alcuni chirurghi provenienti da fuori Italia. Mettendo a repentaglio, si fece notare in memorie legali, la buona riuscita dell’intervento operatorio. Uno smaccato “affronto”, mandò su tutte le furie di Spotorno  che si sentiva umiliato e sempre più nel mirino.

Le pagine di giornale di quel periodo racchiudono una sequenza impressionante di atti giudiziari, interrogatori, indagini, sequestri. Con un grande impegno di uomini, mezzi, energie. Soldi pubblici. Se i magistrati erano stati chiamati ad intervenire su “notizie di reato” e si sono mossi, fino a prova contraria nei canoni previsti dai codici e dalla legge (alla fine ha prevalso), resta avvolto in una scia di interrogativi, quello che Spotorno ed altri consideravano un “accanimento”.

Basta rileggersi le parole dei difensori, Garaventa e Vernazza di Genova, Carlo Coniglio di Savona.

Nell’indagine c’era certamente materiale degno di rilievo penale, da approfondire, portare all’esame, al giudizio finale, di un collegio giudicante. Questo è un altro aspetto. Alla stessa stregua delle capacità di distinguere reati veri, da presunti. Il serio dalle illazioni che non reggono alla prova.

Resta scolpita sulla pietra l’enfasi che ha preceduto e seguito buona parte degli eventi che hanno riguardato lo “scandalo Spotorno”.  La spiegazione, in gran parte, è contenuta nella sentenza  del 29 novembre 2001, firmata dal presidente del collegio giudicante Moraglia e dal giudice estensore, Arnaud, tuttora al tribunale penale di Savona.

Negli ultimi anni Renzo Spotorno aveva reagito a quella sconvolgente esperienza di vita, gettandosi ancora più a capofitto nel lavoro, senza risparmio di energie, cercando riposo e tranquillità solo nel periodo di ferie estive, o nelle feste principali, sulla Costa Azzurra.

Continuava a spostarsi tra il Santa Corona, dalla sua “creatura” “Scienza e Vita” (qui operava il suo fedele impiegato, Cristian), all’Humanitas di Milano, a Roma, Genova, Bordighera, Albenga (San Michele, con la fedele collaboratrice Rosanna). Tra i medici che più gli sono stati vicino, già dal periodo dei primi grattacapi, il dottor Grappiolo, ultimo suo braccio destro ,“erede” dapprima al Santa Corona, poi all’Humanitas.

Spotorno che di fronte alla professione, alla missione, agli amici che invitava saltuariamente nella sua villa (altra fonte di grattacapi e cattiverie) di Ranzi dove è spirato, non si è mai tirato indietro. Come faceva quando, ai tempi della politica, i compagni gli chiedevano aiuto, anche economico (Biamino, il partito, le campagne elettorali, un ufficio a Genova).

Il suo “cuore” lo spingeva ad essere generoso anche di fronte a richieste di colleghi-collaboratori in difficoltà economica.

Sono molti, della sua squadra, dei suoi “allievi”, debitori del successo professionale, economico, dei passi da gigante nel loro mondo.

Spotorno, il medico, il chirurgo, l’uomo introverso, di pochissime parole con i pazienti, delle “visite lampo”, ma mai superficiali, distratte. Con pazienti provenienti da ogni parte d’Italia, di ogni stato sociale, molti illustri. Nomi di spicco della politica, della finanza, delle Istituzioni. Sempre con i minuti contati, alle prese con impegni in Italia e all’estero, in viaggio in auto o in aereo.

Maestro di “scuola dell’anca” a medici e specializzandi provenienti da tutti i continenti. Ha lasciato la vita terrena con un motto: <Sono stato perseguitato da vivo, mi lasciano in pace almeno da morto>. Uomini Liberi e Trucioli Savonesi, ricchi solo di “volontari” collaboratori, dell’impegno disinteressato di Antonio Signorile, si uniscono al dolore di Angela, delle figlie Roberta e Lorenza. Al  sincero dolore degli amici veri, quelli di ieri e dei giorni difficili. Di “Renzo” Spotorno, oltre al ricordo, restano i molti semi. Il patrimonio capace di alleviare sofferenze, sempre al servizio dell’umanità. E, c’è chi spera, in tanti “mea culpa”.

Luciano Corrado