Scacco a Genova Da L'espresso
di Vittorio Malagutti
Banche. Imprenditori. Governatori. Capi del porto.
Inchieste e arresti travolgono la mappa del potere ligure. Tra
progetti faraonici e affari immobiliari
Non c'è scopone che tenga, ormai, adesso che il presidente del Porto, Giovanni Novi, ha subito l'onta dell'arresto e l'inchiesta della magistratura scoperchia un pentolone di accordi sottobanco e (presunti) favori illeciti. Il piatto piange, ora che imprenditori e politici lavano i panni sporchi in pubblico e si lanciano accuse e querele. Gli atti dell'indagine giudiziaria, tra cui decine e decine di intercettazioni telefoniche, sulla spartizione delle banchine del cosiddetto compendio Multipurpose disegnano la trama di un racconto affollatissimo di personaggi chiave nei fragili equilibri di potere genovesi.
Ci sono gli armatori Grimaldi e Messina. Tra gli indagati, oltre a Spinelli, più volte registrato mentre parla al telefono con Burlando, compare anche l'avvocato Sergio Maria Carbone, eminenza grigia di innumerevoli grandi affari all'ombra della Lanterna, legato alla Finmeccanica e consigliere d'amministrazione della Fondazione Carige, la cassaforte bancaria della città. Ma nella rete dell'inchiesta è finito anche Paride Batini, storico leader dei camalli, numero uno della Compagnia Unica a cui Novi avrebbe destinato un pagamento di 1,7 milioni di euro che però, secondo i magistrati, sarebbe privo di un valido titolo giuridico. Mentre dalle agende di Novi non mancano riferimenti e allusioni all'ex presidente della Regione Sandro Biasotti (centrodestra), da più parti indicato come uno degli sponsor politici della grande lottizzazione che nel 2004 ridisegnò il porto di Sampierdarena e che adesso è finita nel mirino dei magistrati.
Basterebbero questi nomi per giustificare un discreto nervosismo nei salotti genovesi che contano. Burlando e Biasotti, per dire, si rimpallano accuse feroci. Spinelli si lancia in pubblici roboanti proclami. Il procuratore capo di Genova, Francesco Lalla, è arrivato a dissociarsi per iscritto dalla richiesta di misure cautelari per Novi firmata dal procuratore aggiunto Mario Morisani e dai sostituti Walter Cotugno ed Enrico Zucca. Batini fa diffondere volantini minacciosi contro i giornalisti del 'Secolo XIX', il quotidiano locale, e il direttore Lanfranco Vaccari, colpevoli semplicemente di aver fatto informazione. L'avvocato Carbone, descritto nelle carte dell'inchiesta come un superconsulente partecipe delle manovre di Novi, sarebbe stato pronto a rimettere il suo mandato nel consiglio della Fondazione Carige. Ma, secondo indiscrezioni che circolano in città, gli altri consiglieri lo avrebbero convinto a restare al suo posto. Certo, sarebbe stato un brutto colpo per l'ente bancario. Prima di tutto perché proprio in questa settimane la Carige ha lanciato un aumento di capitale per raccogliere quasi un miliardo di euro in Borsa. E poi, giusto un anno fa, dopo le dimissioni del presidente Vincenzo Lorenzelli (Opus Dei) e molte manovre di corridoio, la fondazione era riuscita a ritrovare un equilibrio interno grazie a un'intesa tra la cordata dell'ex ministro forzista Claudio Scajola e quella del centrosinistra.
Le reazioni di questi giorni, a volte inconsulte, forse si spiegano con il timore diffuso per quello che potrà riservare il futuro prossimo. Perché, si dice a Genova, l'inchiesta sul porto rischia di aprire il varco a nuove indagini, di alimentare vecchi sospetti che covavano sotto la cenere di un'omertà diffusa.
E la cittadella della scienza? Quella resta sospesa in un futuro, per ora, indeterminato. Intanto, però, sono cambiate le carte in tavola. Perché il progetto originario, approvato con una variante urbanistica del 2005, prevedeva che il 70 per cento dei volumi fosse assegnato al polo tecnologico (imprese e laboratori di ricerca). Il 5 per cento veniva destinato a edilizia residenziale collegata al centro hi-tech, per esempio abitazioni per studenti e ricercatori. Mentre il resto era coperto da verde e negozi. C'era anche un progetto già pronto firmato da Renzo Piano con tanto di torri (una decina) alte fino a 150 metri. Tempo qualche mese e nel 2006 i promotori dell'iniziativa, manager e imprenditori guidati da Castellano, finiscono in minoranza nel capitale di Genova High Tech. Il controllo passa a grandi banche come la genovese Carige e Intesa Sanpaolo, insieme ad altri investitori tra cui spicca il patron di Esselunga Bernardino Caprotti associato per l'occasione alla Lega delle cooperative. Una vera sorpresa, quest'ultima, visto che l'imprenditore milanese ha scritto addirittura un libro, pubblicato l'anno scorso, per attaccare il sistema delle Coop. Probabilmente un assetto bipartisan, dal berlusconiano Caprotti alle cooperative rosse, è sembrato il più adatto ad affrontare gli scogli urbanistici presenti e futuri.
Soci nuovi, programmi nuovi per Genova High Tech. Che tradotto in soldoni significa meno torri e più villette. Nel progetto riveduto e corretto, la quota di edilizia residenziale sale dal 5 al 25 per cento. Verde e negozi quasi scompaiono. Risultato: a metà del 2006 Piano se ne va sbattendo la porta. Fatto sta che l'Olimpo genovese della tecnologia, come era già stato ribattezzata la collina degli Erzelli, resta sulla carta. Per il momento l'unico a festeggiare è Spinelli. Il quale è riuscito anche a risolvere un problema logistico non da poco. Serviva un'area dove trasferire i container parcheggiati sulla collina venduta a Castellano e soci. Pronti: giusto poco distante c'è uno spazio che sembra fatto apposta. Si trova nella zona di Cornigliano, il quartiere della vecchia acciaieria dell'Ilva.
A tempo di record, nel giugno del 2006, la Società per Cornigliano a capitale pubblico (Comune, Provincia e Regione) assegna in concessione al patron del Livorno tutto il terreno che gli serve. A Genova molti protestano. Quelle aree sarebbero state assegnate a canoni ben lontani dalla media di mercato, addirittura irrisori, sostengono le malelingue. Spinelli respinge al mittente accuse e sospetti. Minaccia di andare in tribunale per riprendersi gli Erzelli. Chiama in causa l'ex sindaco Giuseppe Pericu (Ds) come garante dell'accordo sull'area di Cornigliano. E, soprattutto, nega di aver fatto il gioco di Novi nelle complicate manovre che nel 2004 portarono alle redistribuzione delle aree portuali nel compendio Multipurpose dopo che una prima gara, vinta dalla compagnia Msc degli Aponte (uno dei più grandi operatori mondiali del settore), era stata di fatto annullata.
Secondo la ricostruzione dei pm,
tutta l'operazione orchestrata da Novi avrebbe avuto
un unico scopo. Quello di far spazio in banchina
anche alla Tirrenia, l'azienda di navigazione
pubblica. Obiettivo finale: dare lavoro ai camalli,
perché la società dei traghetti di Stato, a
differenza degli altri armatori, non dispone di
proprio personale per le operazioni di carico e
scarico delle merci.
Il nome della Compagnia Unica ricorre più volte nelle carte dell'inchiesta giudiziaria. Oltre al rimborso sospetto di 1,7 milioni concesso dal porto alla società presieduta da Batini, i magistrati hanno sequestrato anche i documenti che riguardano altre due transazioni che risalgono al 2004, quando Novi era stato appena nominato al vertice dell'Autorità portuale. In un caso il denaro (circa 550 mila euro) finì direttamente alla cooperativa dei camalli. Nell'altro una somma ben più consistente, oltre 3,5 milioni, venne assegnata a un consorzio che aveva come capofila Spinelli insieme anche alla coop di Batini. Tutto regolare in quei pagamenti? I pm stanno esaminando le motivazioni che li giustificano e soprattutto le varie fasi dell'istruttoria che hanno portato il consiglio dell'Autorità portuale a deliberare i due rimborsi. Un'istruttoria che, peraltro, venne per intero gestita da Giuliano Gallanti, il predecessore di Novi sulla poltrona di presidente del porto. Si vedrà. Di certo, la semplice esistenza di un'inchiesta giudiziaria sui rapporti finanziari tra il porto e la compagnia dei camalli finisce per accreditare un sospetto già piuttosto diffuso a Genova. E cioè che i favori (tutti da dimostrare) agli uomini di Batini servissero più che altro a mantenere la pace sociale tra le banchine. Detto brutalmente: soldi per scongiurare blocchi e disordini
Il nome della Compagnia Unica ricorre più volte nelle carte dell'inchiesta giudiziaria. Oltre al rimborso sospetto di 1,7 milioni concesso dal porto alla società presieduta da Batini, i magistrati hanno sequestrato anche i documenti che riguardano altre due transazioni che risalgono al 2004, quando Novi era stato appena nominato al vertice dell'Autorità portuale. In un caso il denaro (circa 550 mila euro) finì direttamente alla cooperativa dei camalli. Nell'altro una somma ben più consistente, oltre 3,5 milioni, venne assegnata a un consorzio che aveva come capofila Spinelli insieme anche alla coop di Batini. Tutto regolare in quei pagamenti? I pm stanno esaminando le motivazioni che li giustificano e soprattutto le varie fasi dell'istruttoria che hanno portato il consiglio dell'Autorità portuale a deliberare i due rimborsi. Un'istruttoria che, peraltro, venne per intero gestita da Giuliano Gallanti, il predecessore di Novi sulla poltrona di presidente del porto. Si vedrà. Di certo, la semplice esistenza di un'inchiesta giudiziaria sui rapporti finanziari tra il porto e la compagnia dei camalli finisce per accreditare un sospetto già piuttosto diffuso a Genova. E cioè che i favori (tutti da dimostrare) agli uomini di Batini servissero più che altro a mantenere la pace sociale tra le banchine. Detto brutalmente: soldi per scongiurare blocchi e disordini
(21 febbraio 2008)