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I have a dream»
La stampa progressista del nostro paese, negli anni 1960 si spese molto per indicarci i miti statunitensi dei diritti civili. Celeberrimo è rimasto il discorso che Martin Luther King tenne il 28 agosto durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al di nel quale pronunciò più volte la fatidica frase "I have a dream" (in evocata spesso in maniera impropria ma efficace con: Ho un sogno) che sottintendeva l’attesa che egli coltivava, assieme a molte altre persone, perché ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative. Martin Luther King, fu oggetto di gravi offese ed aggressioni. Finì ammazzato. A chi è stato giovane in quegli anni, il discorso su indicato non impressionò, troppo semplice il suo articolato, tanto da sembrare quasi banale. Solo in seguito, ai più accorti, maturate altre esperienze ed altre letture, quel contesto e quei significati hanno potuto essere meglio compresi. La nostra cultura europea, in fondo, è sempre stata tributaria di una sorta di peccato originale che vuole la ricerca del “paladino”, del “partito” a cui affidarsi, anziché agire come un libero e consapevole cittadino. Eppure era passato più di un secolo da quando, meglio di chiunque altro, Alexis de Tocqueville riferiva sulla vitalità della democrazia americana ed il suo segreto. «Sono convinto [diceva il signor Gray, senatore del Massachussets] che é più difficile creare in un popolo delle istituzioni municipali che delle grandi assemblee politiche. Quando parlo di istituzioni municipali, non voglio parlare di forme, ma dello spirito che gli da’ vita. L’abito di condurre tutti gli affari per mezzo di discussioni, e di trattarli, anche i più piccoli, per mezzo delle maggiorie, questa abitudine si acquisisce più difficilmente che tutte le altre. É unicamente questa che costituisce dei governi veramente liberi. É questa che distingue la Nuova Inghilterra non solamente da tutti i paesi d’Europa, ma anche da tutte le altre parti dell’America… «Come volete che un uomo che ha contratto l’abitudine di obbedire a una volontà straniera e arbitraria in quasi tutte le azioni della sua vita, e specialmente in quelle che toccano da più vicino il cuore umano, possa concepire un vero piacere per la grande libertà politica? Le istituzioni comunali non solamente educano a servirsi della libertà, ma fanno contrarre il vero gusto per la libertà. «...Perché la democrazia possa governare, si ha bisogno di “cittadini”, di persone, che prendendo interesse alla cosa pubblica, abbiano la capacità di immischiarsene e che lo vogliano fare: questo é il punto capitale al quale bisogna sempre ritornare.» (*) D’altra parte, la difesa della Libertà è compito dell’Uomo. Essa ha la precedenza sulla difesa dello Stato, giacché la Libertà caratterizza l’umano con maggior forza rispetto all’attitudine a creare Stati. Non lo Stato, quindi, può garantire la Libertà, ma solo l’Uomo stesso. Ciò non esclude, che a tal fine, l’Uomo si serva anche dello Stato. E, del resto, l’attività politica degli attuali partiti consiste nel produrre candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico che emarginano la popolazione. L’italiota odierno è solo un elettore che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare, e nel farsi comandare credendo di aver trovato la sua nuova libertà. Insomma, quello che manca al Belpaese è l’essere prima di tutto una “comunità”, nella quale le persone più che schierarsi per questo o quel “principe”, questa o quella ideologia (è incredibile ci siano ancora in giro persone che si definiscono fascisti o comunisti!) siano prima di tutto dei cittadini consapevoli dei loro diritti democratici.
La federazione Svizzera (le cui istituzioni traggono origine dalla civiltà comunale nata nell’Italia centro-settentrionale, e di cui i mass-media italioti non rendono quasi mai conto, e che è oggetto dei luoghi comini più ridicoli) non è certamente un “prodigio” istituzionale. Non ha un governo e un Premier, ma un Consiglio federale composto da sette persone. Non ha un'opposizione, perché i quattro maggiori partiti, in omaggio alla «formula magica», siedono insieme al Consiglio anche se i loro programmi sono spesso contraddittori. Non ha un capo dello Stato, perché la presidenza è collegiale e ogni membro del Consiglio esercita a turno tale funzione. Non è una Repubblica parlamentare perché il potere legislativo è esercitato congiuntamente dalle Camere e dal popolo, a cui spetta il diritto di approvare o respingere con un referendum le leggi federali e, a livello locale, quelle cantonali. Per promuovere un referendum bastano 50.000 firme, raccolte entro 100 giorni dalla promulgazione della legge in discussione. Si calcola che negli ultimi 130 anni i referendum siano stati circa 500 e che il ritmo delle consultazioni referendarie sia andato progressivamente aumentando: 335 fra il 1945 e il 2001, 46 fra il 2000 e il 2004. Dalla fine della Seconda guerra mondiale gli svizzeri hanno votato su quasi tutti i grandi temi politici e sociali del loro Paese: suffragio femminile, aborto, liberalizzazione del mercato elettrico, adesione all'Area economica europea, orario di lavoro, acquisto di aerei militari, traffico pesante sulle autostrade, riduzione delle forze armate, creazione di nuovi Cantoni, diritti dei disabili, interdizione domenicale del traffico automobilistico, istituzione di una nuova festa nazionale (il 1° novembre) e persino, nel marzo del 1996, passaggio del villaggio di Vellerat (71 abitanti, quasi tutti fedeli di Santa Romana Chiesa) dal cantone prevalentemente protestante di Berna a quello prevalentemente cattolico del Giura. Su alcune questioni particolarmente delicate hanno votato più volte, a distanza di qualche anno. Nel 1959 una legge sul voto alle donne è stata bocciata con il 67% di no e il 31% di sì; nel 1970 è stata approvata con il 66% di sì e il 34% di No. La frequenza alle urne è andata progressivamente diminuendo: dal 50/60% verso la fine della guerra al 30/40% oggi. Ma nella Confederazione (giustamente) il quorum non esiste e il referendum è sempre valido. Il fatto che le leggi siano teoricamente soggette alla conferma popolare non significa che governo e parlamento vengano frequentemente sconfessati. Il numero delle leggi sottoposte a referendum è soltanto una piccola percentuale del totale, e fra quelle giudicate dal popolo negli ultimi 45 anni soltanto il 25% è stato respinto. Ma queste ragionevoli statistiche sono dovute in buona parte alla estrema prudenza dei governi, sempre attenti a evitare provvedimenti che rischino di scontrarsi con gli umori della pubblica opinione. È questa la ragione per cui la «magica formula», nonostante i suoi inconvenienti, è ancora oggi la golden rule della democrazia elvetica. I partiti governano insieme, anche quando hanno programmi diversi, perché il timore dei referendum li spinge ad accontentarsi di un compromesso. In una vera democrazia i cittadini possono prendere in mano il loro destino.
Tutto questo ha il sapore dell'utopia [utopia significa «il luogo che non c'è»... quindi l'utopia non esisterebbe]; e quello che ci manca, in questo momento, è proprio la capacità di costruire una nuova utopia, non un sogno ingannevole. Perché la funzione dell'utopia è nel suo fallimento affinché ogni volta ne rinasca una migliore; consiste nell'essere causa più che effetto, motore del viaggio ad un orizzonte che retrocede sempre di un passo per ciascun passo avanti dell'umanità. Nel paese di Pulcinella, politicanti ed intellettuali loro sodali non hanno interesse a far conoscere al “popolo sovrano” (Sic!) che i più bassi livelli di tassazione e i più alti livelli di efficienza amministrativa, di autonomia e di libertà si trovano proprio nei paesi federali. Non ci sono mafie in Germania, e non c’è la Casta in Svizzera, Australia o Canada. Si può, dunque, fare in modo che i politici siano subordinati agli elettori e non viceversa, come ora. Questa è la nostra utopia! Zeno Renti
(*) Note inedite di Alexis de Tocqueville «Voyage aux Etats-Unis», Oeuvres Completes publiées par Madame Tocqueville, (1865), Vol.VIII, pp.274-276
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SILVIO ROSSI è politicamente e civicamente inadeguato E' apparsa oggi, su Vs. sito internet di politica locale, una lettera di un consigliere Lega Nord di Savona inerente l'utilizzo dei referendum. Sintetizzando si schiera contro l'utilizzo dei referendum poiché reputa chi vota un "ignorante" a differenza delle varie organizzazioni di categoria.
Costui, ignorante nel senso etimologico della parole: ignora non
sa, quando tra l’altro scrive:
Poiché questo inquietante pubblico amministratore pone la domanda al pubblico ed ai lettori, non trovo di meglio che unire qui alcune cose che vorrete gentilmente girargli affinché questo individuo che risponde al nome di SILVIO ROSSI, eviti in futuro di fare dichiarazioni tanto avventate quanto ANTIDEMOCRATICHE.
SILVIO ROSSI si premuri di prendere in considerazione e ricordare quanto segue:
«Una costituzione non è l’atto di un governo, ma l’atto di un popolo che crea un governo: un governo senza costituzione è un potere senza diritto… «…Una costituzione è antecedente ad un governo: e il governo è solo la creatura della costituzione» Thomas Paine ("Rights of man" - 1791)
Malgrado si affermi che la Repubblica italiana è una democrazia: · La Costituzione deliberata dall’Assemblea Costituente il 22 Dicembre 1947 non è mai stata votata dal popolo. · Gli Statuti delle Regioni realizzati nel 1971, non sono mai stati votati dal popolo. · Quelli di Comuni e Province, previsti dalla Legge 142-1990, non sono mai stati votati dal popolo. · I nuovi Statuti delle Regioni elaborati dopo il 2004, non sono mai stati sottoposti all’approvazione dal popolo. · L’adesione all’Unione europea non è stata votata dal popolo. · Innumerevoli sono i referendum voluti e votati dal popolo, ed aggirati dalla partitocrazia.
L’Italia è piena di “Garanti” che garantiscono poco o nulla.
Prendiamone uno a titolo esemplificativo: il Difensore civico. Nasce con la Legge 142/1990, che all’art. 8 sancisce: «…svolge il ruolo di garante dell’imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione comunale o provinciale, segnalando, anche di propria iniziativa, gli abusi, le disfunzioni, le carenze ed i ritardi dell’amministrazione nei confronti dei cittadini.» Parole chiare come si vede, e malgrado ciò i pubblici funzionari (la burocrazia) alleati con i “rappresentanti” politici (la partitocrazia), hanno fatto passare in quasi tutti gli Statuti (la loro piccola Costituzione) di Comuni e Province che questo “avvocato” dei cittadini è nominato dai Consiglieri comunali o provinciali. Insomma, se non si è capito: il “controllore” è nominato dal “controllato”!
Tra la democrazia e il regime rappresentativo, tutti i testi classici hanno sempre tracciato una nettissima linea divisoria, chiarendo la radicale differenza che le separa. Se è così, si deve allora riconoscere che l’espressione “democrazia diretta” è affetta da un pleonasmo e che l’espressione “democrazia rappresentativa” costituisce un ossimoro. Dove c’è democrazia, infatti, c’è decisione popolare diretta. Dove, invece, vi è rappresentanza non v’è democrazia. La distinzione, ben tracciata, di là dall’Atlantico, da James Madison (con la sua opposizione tra la “pure democracy” e la “republic”) trovò, peraltro, la sua più chiara formulazione in Emmanuel-Joseph Sieyès, nel suo decisivo intervento alla Costituente, il 7 settembre del 1789: il “concours immédiat” alle decisioni pubbliche è quello che “caractérise la véritable démocratie”; il “concours médiat”, invece, “désigne le gouvernement représentatif”. Pertanto, “la différence entre ces deux systèmes politiques est énorme”.
La sessantenne Costituzione poi è travisata da quegli stessi partiti che l’hanno voluta: Art. 1, Comma 2: «La sovranità appartiene al popolo…
» Art. 49: neanche due righe su 1.186, poco più dell’uno per mille di tutto il testo costituzionale. Un po’ poco per dei partiti che pretendono di venire addirittura prima, di essere, in sintesi, più importanti della Costituzione. Insomma 20 striminzite parole e solo per dire, quasi di malavoglia, che i cittadini hanno il diritto (possono, ma non è obbligatorio e forse neanche opportuno) d’organizzarsi in partito. Niente è detto a proposito del ruolo, della missione, della opportunità, della indispensabilità dei partiti, che in ogni caso sono chiamati a CONCORRERE con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Inutile cercare altrove nella Costituzione il benché minimo riferimento o traccia del o dei partiti.
Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267"Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali"Articolo 8 - Partecipazione popolare2. Nel procedimento relativo, all'adozione di atti che incidono su situazioni giuridiche soggettive devono essere previste forme di partecipazione degli interessati secondo le modalità stabilite dallo statuto, nell'osservanza dei principi stabiliti dalla legge 7 agosto 1990, n. 241. 3. Nello statuto devono essere previste forme di consultazione della popolazione nonché procedure per l'ammissione di istanze, petizioni e proposte di cittadini singoli o associati dirette a promuovere interventi per la migliore tutela di interessi collettivi e devono essere, altresì, determinate le garanzie per il loro tempestivo esame. Possono essere, altresì, previsti referendum anche su richiesta di un adeguato numero di cittadini.
Enzo Trentin
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