Il Secolo XIX, finisce davvero un’epoca

Brivio cede le quote al cugino Perrone

   di Luciano Corrado


Cesare Brivio Sforza

Genova – L’annuncio ufficiale è di martedì. L’ha dato l’editore Carlo Perrone ai dipendenti. E, una notizia in breve nella pagina “Economia” de Il Secolo XIX di oggi, mercoledì.  Il cugino e socio di minoranza Cesare Brivio Sforza gli ha ceduto il 25 per cento delle quote che deteneva con la figlia Alberica.

Ora il giovane erede del piccolo impero editoriale ed immobiliare (soprattutto a Parigi)  possiede il cento del cento della Sep, la società capofila, a cui fa capo anche Radio 19 e la “San Biagio”, il più moderno centro stampa della Liguria. Di conseguenza la Sep conquista il controllo pieno della “San Biagio”.

In merito alle voci insistenti dell’interessamento di un imprenditore-editore, tra i leader in Italia delle cliniche private (Angelucci) , lo stesso Perrone avrebbe tagliato corto: <Una voce che continua a circolare, non c’è nulla di vero, Il Secolo XIX sta andando bene…il mio impegno continua e si rafforza>.

Breve passo indietro. Il 18 gennaio 2008 il quotidiano Repubblica-Il Lavoro di Genova, titolava a fondo pagina: <Secolo XIX, Brivio se ne va. Sta per cedere il 30 per cento del giornale al fondo Clessidra. L’avvicendamento non è ostile alla famiglia Perrone che manterrà il sessanta per cento>. (vedi….).

Operazione che non è andata in porto per una serie di concause.

Anche “Uomini Liberi” ha fatto la sua piccolissima parte informativa, con Trucioli Savonesi, nel raccontare cosa avrebbe rappresentato nella storia recente del Decimonono (fondato nel 1886 da Ferruccio Mocola che fu il primo direttore) l’uscita di scena di Cesare Brivio Sforza. Con esordio, da amministratore delegato, in una serata di neve nel 1974.

L’articolo di Repubblica rendeva noti alcuni retroscena, solo in parte significativi della situazione che si era venuta a creare.

Per i lettori savonesi, soprattutto, Cesare Brivio Sforza, è stato l’editore-simbolo del rilancio della cronaca locale (vedi.. la prima pagina del 2 aprile 1989): una strategia di espansione e penetrazione assai capillare sul territorio, con 5 diverse edizioni: Genova, Levante, La Spezia, Savona (la più importante dopo il capoluogo), Basso Piemonte, in particolare alessandrino, novese e cuneese.

Un periodo positivo per copie vendute – fino ad una media di 158 mila giornaliere – e punte di tiratura domenicale (o in occasione dell’estrazione dei biglietti della lotteria di Capodanno) di 210 mila copie.

A Cesare Brivio Sforza sono legati i ricordi di molti giornalisti savonesi e liguri (da Ventimiglia a La Spezia),  con gavetta ed assunzione fino al prepensionamento.

L’era Brivio  segnò l’inizio della massima occupazione sia nel corpo redazione, sia tra  poligrafici ed impiegati. Si potrebbe dire gli anni d’oro. Sull’onda dell’eredità lasciata dal direttore della prima grande svolta del giornale, Piero Ottone, con il “mastino della diffusione e della penetrazione nel territorio”, Amedeo Massari. Uno staff che comprendeva Nino Berruti (segreteria di redazione) e Luciano Basso (capo delle edizioni provinciali).   

Cesare Brivio Sforza nelle sue frequenti visite a Savona, la provincia su cui contava maggiormente nell’impegno editoriale, era solito incontrare sia la redazione, sia il mondo economico e finanziario. Convinto e coerente sul valore dell’indipendenza e della completezza di informazione. Sarà lui a puntare, ad esempio, sul giornalista Luciano Angelini, gavetta a Savona sotto il capo redazione Bruno Bini e che diventerà successivamente capo delle Province, vice direttore (direttore Gaetano Rizzato) e condirettore con la direzione di Antonio Di Rosa.   

Angelini finito nel secondo gruppo di prepensionamenti del 2002-2003. A seguito di una crisi finanziaria (bilanci in rosso) che proprio con Brivio aveva iniziato a dare segnali sempre più allarmanti. Non fu estranea neppure la circostanza dell’uscita di scena del terzo cugino (Grazioli, pure lui, come Brivio, figlio di una delle due sorelle Perrone).

L’abbandono forzato di Brivio (il dramma di una tormentatissima causa, controparte il più giovane cugino Carlo, figlio di Alessandro Perrone) avrebbe messo di fatto la parola “fine” ad una serie di capisaldi del giornale.

Il via ad una robusta cura “dimagrante” degli organici redazionali, dei poligrafici, impiegati e fattorini. Tra prepensionamenti e cassa integrazione. E purtuttavia un “fiore all’occhiello”: non aver mai licenziato un dipendente e nei rari casi è avvenuto, si suole dire, per cause di forza maggiore (dimissionato).

Cesare Brivio che sapeva ascoltare la voce dal “basso”, ma riusciva ad accumulare errori. Senza trarre conseguenze immediate, logiche. Cosi, lasciava correre. Chi non ricorda, tra i suoi più stretti interlocutori della redazione, le tensioni col direttore Michele Tito, a causa della “politica romana”. Ma gli stessi ricordano: <Anche di fronte a pressioni, peraltro inevitabili, Brivio privilegiava l’autonomia redazionale>. E lui che aveva “studiato” da giornalista a Londra, poi al Giorno di Milano, considerava pur sempre un grande valore l’indipendenza e le scelte della direzione giornalistica.

Del resto basta ripercorre la storia da fine anni sessanta per farsi un’idea dei personaggi di grande talento che si sono avvicendati al vertice del giornale. Piero Ottone, Alessando Perrone con vice Marco Cesarini Sforza (l’epoca della “guerra” interna ai Perrone, culminata con la vendita del Messaggero e con i giornalisti mobilitati , perfino nel picchettaggio, contro il rischio dell’ingresso dell’editore Rusconi).

Cesarini sostituito dal vice Cesare Lanza che era capo redattore. Nel 1975 tocca a Vincenzo Rossi che dopo pochi mesi muore in tragiche circostanze. Nello stesso anno è la volta di Vittorio Bruno, vice direttore.

Con la rinuncia di Perrone a direttore responsabile, fa il suo ingresso Michele Tito,  che poi andrà a dirigere il neonato Globo  di Roma. Al Secolo XIX entra Tommaso Giglio (il direttore più distaccato dalle stanze del potere politico e che rifiutò ogni approccio di transazione nella miliardaria causa (novembre 1981) intrapresa da Alberto Teardo prima del “ciclone arresti” – con condanne definitive in Cassazione- che si abbattè in Liguria il 14 giugno 1983.

Una frase di Giglio non è facile dimenticare. Seduto sul banco degli imputati, insieme al suo redattore di giudiziaria Luciano Corrado, accusato di diffamazione aggravata, presente il mitico “maestro del foro”, Ernesto Monteverde, da sempre difensore del Secolo XIX-famiglia Perrone, sbottò rivolto ai denunciati Teardo e Capello, tesoriere del clan: <Caro avvocato, questa gente non merita neppure il mio biglietto da visita>.

L’eredità di Giglio, scomparso prematuramente,  e suo vice Giulio Anselmi  chiamato alla direzione de Il Mondo, passò per pochi mesi a Franco Oliva, andato a dirigere  Il Mattino di Padova.

Quindi Carlo Rognoni,  “calibro da ‘90” per la sua esperienza e preparazione, proveniente dall’allora bandiera di giornalismo d’inchiesta “Panorama”.

Poi la volta di Gaetano Rizzato (vice Angelini), di Mario Sconcerti (vice Angelini), Antonio Di Rosa (condirettore Angelini), Lanfranco Vaccari (vice direttori Cassinis e Muda) e per ultimo l’attuale direttore Umberto La Rocca (vice Cassinis).

La Rocca nell’editoriale di insediamento  ha rimarcato l’importanza nel panorama italiano di dirigere un quotidiano  che <appartiene ad un editore indipendente, puro si sarebbe detto una volta>.

Ed ha concluso: <Un giornale che assomigli ai suoi lettori: sobrio e attento nel dare le notizie, fiero della sua indipendenza, geloso nel salvare le tradizioni ma anche curioso del nuovo sotto qualunque cielo si manifesti. Se ci saremo riusciti, lo giudicherete voi>.

Sono in molti a sostenere che la crisi mondiale ha colpito, in Italia, anche il mercato delle copie vendute nelle edicole. Oltre alla pubblicità nazionale e locale.

Sarà pure vero, ma proprio l’ultimo numero dell’Espresso ha descritto, seppure in breve, il successo del settimanale tedesco “Die Zeit”, diretto dall’italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo: <Un giornale che punta alla qualità e all’indipendenza vera>

Forse non è proprio oscuro il calo persistente di copie del glorioso Decimonono. Gli ultimi dati resi noti dallo stesso editore (riferiti al 2008) indicano una media giornaliera di 100.173 copie. Il 2009, secondo fonti neutrali, si chiuderebbe sulle 70 mila copie, di media, vendute in edicola.

Luciano Corrado  


Una visita a Savona dell'editore Brivio, a destra, con Lelio Speranza e l'allora capo redazione Ugo Ugolini.

Visita alla redazione di Savona del direttore Gaetano Rizzuto (febbraio 1988) in occasione della sesta pagina di notizie provinciali. Si riconoscono: Roberto Di Perna, Gianclaudio Bianchi (segretario di redazione), Luciano Corrado, e di profilo, con occhiali e barba, Marcello Zinola, attuale segretario ligure dell'Associazione Giornalisti (il sindacato unitario della categoria).