Alcune riflessioni post elettorali

Paolo Bertolotti

 

La sinistra è fuori dal Parlamento. Solo nel “bieco ventennio” si era arrivati a tanto. Ma mentre in quel caso l’evento era stato provocato “artificialmente” dalla prepotenza fascista, questa volta sono stati i cittadini a provocare l’estinzione dalle aule parlamentari.

Dando per scontato che nulla avvenga per caso, per intervento del fato o per una qualche irripetibile congiunzione astrale, una qualche ragione deve pur esserci se l’esito elettorale è quello di una strage che falcidia i due terzi dei consensi.

Si è detto che la colpa è della “vergognosa” campagna a favore del voto utile (come se fosse una novità il fatto che in campagna elettorale ogni partito tiri l’acqua al proprio mulino). Si è argomentato che “l’esperienza del governo Prodi ha penalizzato solo noi” (ma anche in questo caso – soprattutto in questo caso – occorrerebbe capirne le ragioni).

Può darsi che tutto ciò abbia avuto il suo peso ma che sia sufficiente a spiegare la cancellazione di un secolo di storia politica è difficile crederlo nonostante gli sforzi dei campioni mondiali di arrampicamento sugli specchi. Un evento del genere chiede, anzi pretende, un’analisi più approfondita, più spietata e meno indulgente.

Proviamo a gettarla sul tavolo con il fragore che merita: la sinistra italiana ha perso il contatto con la realtà sociale.

I temi tradizionalmente appannaggio della sinistra non sono venuti meno – ingiustizie sociali, sfruttamento, diritti ecc. – ma sono cambiati i modi e le forme in cui si esprimono, semplicemente perché siamo nel 2008.

Non è recuperando l’armamentario lessicale e concettuale del “Manifesto” del 1948 (lotta di classe, proletariato ecc.) che si può pretendere di affrontare e risolvere i problemi di oggi.

Inoltre le temperie attuali propongono nuovi fenomeni e nuovi problemi e nessuna forza politica può permettersi il lusso di non affrontarli solo perché non fanno parte del proprio bagaglio storico o perché, peggio ancora, affrontandoli si rischierebbe di contraddire “indiscutibili” dogmi ideologici.

Prendiamo come esempio il fenomeno dell’immigrazione.

Esso, in quanto fenomeno storico epocale che contribuisce a cambiare in profondità la società italiana, è per ciò stesso un fenomeno anche problematico che va affrontato seriamente, appunto, problematicamente.

Se tale fenomeno produce come corollario anche dei problemi, a tali problemi occorre dare risposte e non è sufficiente ricorrere ad argomentazioni prettamente ideali, magari giuste, ma insufficienti, da sole, a risolvere problemi che invece i cittadini vivono quotidianamente.

Se il fenomeno dell’immigrazione presente anche delle criticità, queste non si manifestano nei quartieri “in”, ma proprio nei quartieri popolari dove la convivenza con i nuovi venuti, a volte difficile, dove il degrado e la sicurezza prorompono come domande impellenti che gli abitanti di questi quartieri pongono ai loro rappresentanti i quali, evidentemente, non possono più cavarsela con l’utilizzazione della “parolina magica” che risolve tutti i problemi (solidarietà).

 E così ci si sveglia il 14 aprile constatando che la Lega ha fatto incetta del voto popolare. Risposte sbagliate? Può darsi ma, come è risaputo, meglio risposte sbagliate che nessuna risposta.

In tutto questo sorprende che coloro i quali avrebbero a disposizione uno straordinario strumento di analisi storica – la concezione materialistica della storia – non se ne avvalgano come strumento scientifico di indagine ma si limitino, in aperta contraddizione con il medesimo, a riproporne una lettura statica, ferma all’ottocento, e, per ciò stessa, inadatta ad affrontare i problemi della società di oggi.

Ed invece? Autorevoli esponenti della sinistra dichiarano che occorre “ripartire dagli strumenti del lavoro, dalla falce e martello per ricostruire la sinistra in Italia”. Bisognerebbe ricordare a costoro, tanto per rimanere in tema, che la falce e il martello non sono più utilizzati quali strumenti di lavoro da almeno cinquant’anni!

Per capire questo però, oltre alla lettura e rilettura dei “testi sacri”, occorrerebbe  vivere e soffrire nella società di oggi. Insomma, un’altra svolta epocale.

 

Paolo  Bertolotti