UN GREGGE PER AMICO

LIETO FERRAGOSTO, CARO GIUANIN !

     (reportage  tra gli eremiti  delle Alpi Marittime)

 

<…Mentre a molti potenti di casa nostra l’uso del potere per accumulare ricchezze e fortune personali risulta ancora del tutto normale, c’è chi vive la politica del realismo sulla propria pelle. C’è chi sta accumulando patrimoni milionari e chi sopravvive senza fare il peone o il baciamano. Un pensiero a tutti, senza censure!..>

 

di Luciano Corrado

Monesi  Montanaro e pastore. Eremita “dimenticato”. Un incontro casuale, dopo aver percorso in auto, dal mare, 72 chilometri. Dopo aver “parcheggiato” su un piccolo spiazzo sterrato, sotto la storica ed amatissima statua del Redentore. Poi in cammino lungo il tracciato dell’Alta Via, in direzione del Rifugio Sanremo, a 2.054 metri sul livello del mare. Sullo sfondo, grazie alla giornata limpidissima, la violentata pianura ingauna, la pista dell’aeroporto di Villanova sempre in fase di decollo, l’azzurro infinito del mare.

Il ricordo-fotografia delle spiagge affollate, di strade e piazze assediate dalle lamiere e dagli scarichi dei motori. I polmoni affaticati da smog e polveri sottili. I turisti ai tavolini, a respirare il traffico infernale dell’Aurelia. Le ceste, colme di frutta fresca, dei fruttivendoli fronte strada.

Sull’altro versante, maestose cime fanno da corollario alla Valle delle Meraviglie, territorio francese, meta di un turismo in costante ascesa e pare senza crisi.

Quassù, nel territorio del Comune di Triora, è il paradiso, un sabato d’agosto. Solo una decina di escursionisti. Il silenzio è interrotto dal rombo di impolveratissimi turisti da motocross. Divieto ignorato ai fracassoni? Mentre c’è chi si preoccupa (in Regione) di tutelare la sopravvivenza di possibili girini nei laghetti lungo le sorgenti del Tanarello. E sono “vietate”, dopo l’ultimo (Via della Regione Liguria n.129/209 del 27 giugno 2007), le gare per i cani da ferma, da sempre appuntamento con gli appassionati francesi. Ci troviamo sullo spartiacque naturale che separa le valli Roya, Argentina, Tanaro.

Su queste cime, da oltre mezzo secolo, vive in perfetta solitudine l’eremita d’alpeggio, Giovanni Lanteri,  vulgo Giuanin, origini e cognome brigasco, come le sue pecore, che gli permettono di vendere agnelli, squisiti formaggi, ricotta. La lana al macero, non ha mercato. Senza valore.

Giuanin ha 73 anni, salute di ferro e longilineo, sguardo fiero e penetrante, mano e dita da gigante, ruvide e incallite dal lavoro. Nella vita-curriculum può fregiarsi solo del titolo di pastore. Mestiere fatto con amore e passione, con dedizione, da bambino. Nonostante tutto: difficoltà, fatica, delusioni; le sirene della “vita moderna”, dell’opulenza (per pochi) delle città, dei 16 mila euro a metro quadrato dei bilocali fronte mare.

Lui è rimasto “fantino” (copiando un vulgo dialettale, sta per non sposato) e di queste montagne (Alpi Marittime) è tra i pochi a conoscere ogni angolo, ogni anfratto, ogni metro quadrato. E’ rimasto, per la cronaca e per la storia, l’ultimo pastore a vivere, con ammirevole  e squisito orgoglio, da “uomo primitivo” un’intera stagione sulla malga.  In solitudine. A ricordare la dura sopravvivenza dei predecessori.

La prima istantanea scattata al pastore "eremita" Giovanni (Giunanin) Lanteri,  sabato 9 agosto 2008.

Quando arriva l’inverno, Giovanni Lanteri fa transumanza fino a Grattino dove ha casa, nel Comune di Molini di Triora. Può contare sulla vicinanza del fratello Quinto e della premurosa cognata Lena, dei nipoti.

Eppure la sua immagine, la sua storia di vita, è sconosciuta ai più, ai giornali, estranea ai reportage del piccolo schermo.

<Perché dovrebbero interessarsi di me - commenta - , noi apparteniamo al mondo di coloro che non contano, senza protettori…>. E i contributi per la pastorizia? Risposta: <Io non li chiedo, bisogna fare un sacco di pratiche. Devo prima di tutto accudire alle bestie, loro non possono aspettare>.

Rassegnato e sereno. Ci racconti della sua vita? <Un’altra volta, ora sono arrivati questi cari amici…>.

Si sono arrampicati, lungo il pendio dei pascoli, don Aldo Rosso, parroco di Civezza, un tecnico della Provincia, Roberto Amoretti, già presidente dell’Ordine degli Architetti dell’imperiese, che di Giuanin è un ammiratore e considera un “vero saggio”.

Al piccolo gruppo rubiamo pochi scatti fotografici, col cellulare, speriamo non se l’abbiano a male.

Per quale strana sorte, ragione, qui resiste da decenni, nella più estesa proprietà ligure (1300 ettari) dei fratelli Terenzio e Enrico Toscano, il “signor nessuno”?

Inutile la ricerca negli archivi delle cronache locali. Non c’è da stupirsi, capita  peggio. Come quella “coppia” non più ragazzini, che ha rinunciato al “viaggio-crociera di fidanzamento”, acquistando per la chiesa parrocchiale di Mendatica, due nuovissime campane (14 mila euro). Non succede spesso, ma non serve a far notizia. Bisogna essere sponsorizzati dal “potente” di turno. Ci pensa lui a “telefonare” al capo. E allora corrono, giornalisti e cameraman.

Tirando le somme e fissando la bianchissima Madonnà di Frontè, forse è meglio vivere da “dimenticati” al “Ciotto delle Giaire”, dimora estiva-ciabotto di Giuanin, il pastore.

Non è un teccio, non è una stalla. E’ un rudere, con un telone di fortuna. Non c’è luce, ma il “profumo” della candela. Non c’è acqua corrente, i “servizi” sono a cielo aperto. In pochi metri quadrati si mangia, si dorme, si aspetta il tramonto e il risveglio dell’alba. Unico abitante sotto le stelle, su queste montagne testimoni di fatica, privazioni, solitudine. Popolate da camosci e marmotte. Mete di saltuari gitanti. Tanti i seguaci del “Cai” di ogni parte di Liguria e non solo. 

Secondo istantanea a sorpresa di Giuanin Lanteri, al pascolo nella zona delle Casermette sulle Alpi Liguri

E’ rimasto fedele, il nostro Giuanin, con il suo centinaio di capi di bestiame, tra pecore e capre, tre cani, a testimoniare dal vivo, conservatore ed interprete dello spirito indomabile di una razza quasi estinta. I pastori, con i loro riti e tradizioni, amarezze e soddisfazioni.

Le cronache dei giornali e delle tivu  a volte raccontano di <sentieri pittoreschi, di prati che offrono erbe spontanee, pascoli immacolati, di paesaggio incontaminato, di gite ed escursioni di questo o quel club alpino…>.

Ci descrivono che a Mendatica (dove i pastori si sono estinti), si rievoca da qualche anno la transumanza (19-21 settembre), col “raduno”  di migliaia di pecore e di capre. Ci nascondono che, in realtà, senza la disponibilità di Aldo Lo Manto, figlio di un pastore siciliano, giunto col suo gregge alla stazione ferroviaria di Albenga (anni sessanta), ora proprietario di una mandria da 1300 capi, sarebbe arduo organizzare la “festa”.
Lo Manto, padre di tre figli, vive gran parte dell’anno a Bastia di Albenga, nella tenuta della famiglia Anfossi.

Fa il pastore per passione, nessuno sembra interessato a conoscere cosa significhi oggi, in Liguria, fare questo mestiere. Difficoltà di ogni genere. Tanta burocrazia. Nessuno l’ha mai seguito in una “giornata” tipo. Sveglia alla quattro, mungitura, corsa verso il laboratorio in Riviera…ritorno a sera inoltrata…Ore e ore su strade tortuose. Su e giù, dal mare alla montagna e viceversa. Malgaro per scelta.

Una riflessione, a questo punto, una pausa d’obbligo. Sono in molti, a parole, a tifare per la montagna, il suo verde, ma i montanari veri stanno scomparendo.  Accade in quest’angolo di Liguria, come in altre zone d’Italia. Non accade sui Pirenei francesi o spagnoli dell’Europa Unita. Non accade in Alto Adige dove il “leggendario” presidente della provincia, Luis Durnwalder, 67 anni, è da sempre accusato di privilegiare  gli abitanti delle cime più alte delle sue vallate.  E lui risponde che la vera risorsa dell’Alto Adige (491 mila abitanti) sono i monti, la natura incontaminata, valorizzata, che attrae turisti e denaro. 26 milioni di pernottamenti e 5 milioni di presenze, nessuna delle 758 baite è in stato di abbandono. Tutte beneficiate da robusti investimenti agevolati. Si realizzano strade, acquedotti, condotte fognarie per consentire ai montanari - pastori di mettersi in regola con le norme igieniche sanitarie.  Anche laddove le baite si contano sulle dita di una mano. Una montagna che grazie a quelle scelte politiche, fa da volano, da traino. Il presidente amico dei montanari sostiene che le città possono essere autonome, economicamente.

E in Liguria? Alla montagna non servono elemosine, annunci, spot, ma aiuti veri, concreti, celeri, leggi speciali (vedi nella voce “archivio” al n. 139 cosa aveva scritto  www.Trucioli Savonesi.it).

Qualche significativo esempio? Sulle Alpi della provincia di Bolzano se si sostituisce, nelle vecchie case, l’inestetico steccato in ferro con il più consono in legno, ecco un contributo da 3,50 euro il metro quadro, fino a 16,89 euro per gli intrecciati in legno di larice. Se mantieni i vecchi canali d’irrigazione come natura li ha fatti? Contributi. Conservi i castagneti? Contributi. Conservi i pascoli, i prati? Contributi. Rifai i tetti, mantenendo le scandole? 50 euro al metro quadro se in larice, 120 in paglia. Contributi ed agevolazioni urbanistiche alle “aziende agricole”, ponti d’oro agli agriturismo veri.

Monesi, 12 settembre 1983, Paoluccio Barla, pastore di Cesio

Andate a vedere, meglio se custodite vecchie foto, la sorte toccata ai tetti in paglia o ciappe  rimasti negli anni settanta nei paesi dispersi delle Alpi Marittime (imperiese e cuneese)! A Carnino, per fare una citazione, frazione senza abitanti annuali di Briga Marittima, enclave brigasca del cuneese. Tutto il vecchio è sparito, dai vecchi muri in pietra ai tetti.

In Provincia di Bolzano contributi persino a chi conserva oggetti minori della cultura rurale.  Nel solo 2006  le domande sono state 684 per un totale di 3 milioni di euro assegnati.

E’ utile ricordare che anche le istituzioni liguri (Regione, Provincia, Comuni) cercano da qualche anno di “scaldare i motori” della montagna. Suonare la gran cassa. Soffiare la tromba dei mass media. Eppure siamo lontani, troppo lontani dal concreto rilancio.

Dalle solide premesse, direbbero gli economisti, dando priorità ai poverissimi bilanci dei Comuni montani. Regalare una “Panda” usata 4 X 4 può essere utile. E’ l’aspirina!

Non basta un utile-lodevole finanziamento della Regione (assessore all’Ambiente) per ristrutturare l’immobile-museo dell’ultimo mugnaio di Mendatica.

Non basta l’ottima iniziativa di istituire il Parco delle Alpi Liguri (tra Cosio d’Arroscia, Mendatica, Montegrosso Pian Latte, Triora, Pigna, Rocchetta Nervina, Rezzo), in gran parte su aree demaniali, se poi si fa omaggio e si impone l’immancabile carrozzone destinato a divorare risorse finanziarie per autogestirsi. Ovvero, l’Ente Parco delle Alpi Liguri, con tanto di presidente (stipendiato) designato dai partiti di governo in Provincia di Imperia (Forza Italia). Con un direttore (superstipendiato), a sua volta, promosso per meritocrazia da appartenenza partitica (Popolo della Libertà).

A proposito come è stato scelto il direttore dell’ente Parco dell’Antola, nel Levante Ligure, primo esordio ligure?  All’orizzonte del neonato ente parco imperiese, probabili assunzioni clientelari per la segreteria, guardiaparco, operai. Intanto continuerà a pagare pantalone. Senza che la Regione di centrosinistra abbia qualcosa da obiettare. Con la Lega Nord che ha scelto di mettersi la coda tra le gambe, dopo aver sobillato, in pubbliche assemblee,  gli “anti parco” ed i cacciatori.

Che dire della Società Alpi Liguri Sviluppo e Turismo srl, con sede anche questa a Palazzo della Provincia di Imperia, che ha già impegnato tutti i finanziamenti europei per studi e progettazioni, con rigoroso criterio di appartenenza  e fidelizzazione partitica (vedi parcelle).

Presidente è Gabriele Saldo, promosso capogruppo di Forza Italia in Regione e verso il Pdl con An.

Società pubblica che ha lo scopo di costruire e gestire, soprattutto, la nuova seggiovia in costruzione e rilanciare Monesi, ad iniziare dallo scii invernale. Poi ci vorrà un albergo, degno di questo nome.

Saldo Gabriele, presidente della Società Alpi Sviluppo e Turismo srl e capogruppo di Forza Italia in Regione

Una scommessa, sul fronte Monesi, che stando ad alcuni analisti (mondo bancario e creditizio) è persa in partenza se gli investitori privati che possono e che contano se ne staranno lontani dall’investire, rischiare. Loro non credono, stando ai fatti, alle <potenzialità inimmaginabili proclamate dai politici nostrani>. Al miracolo della neve artificiale.

C’è da augurarsi di essere smentiti, soprattutto hanno bisogno di certezze (così impone il mercato dell’economia reale) chi ha già investito in passato e si è ritrovato con un pugno di mosche. Aveva iniziato un’attività per se e la famiglia ed ha chiuso i battenti. Si convincano le “banche amiche”, amministrate da politici, a promuovere finanziamenti agevolati.

Si metta in moto un circolo virtuoso, meno di facciata, peggio propagandistico.

Abbiamo divagato per descrivere che a fronte di un fervore di iniziative ammirevoli, di impegno di Pro Loco, del volontariato, di gruppi ed associazioni, siamo  ancora lontani dall’ottimismo della ragione.

E’ facile dalla scrivania di una redazione descrivere di tradizioni popolari che rivivono, di sangue della gente di montagna, di lezioni di storia della propria terra, di processioni come la Madonna Passalacqua a Molini di Triora. Oppure le casse professionali di Badalucco. L’ottima “sagra della cucina bianca” a Mendatica (sabato 23 agosto ore 19,30) dove sta purtroppo prendendo quota il “prodotto” semindustriale, rispetto ai “vecchi piatti” dei nonni.

Di rilancio della montagna, dietro l’angolo, si sta parlando da almeno un ventennio. Hanno scritto di <Santa Alleanza tra i comuni per i finanziamenti Interregionali>. Hanno coniato persino, ha scritto Donata Bonometti su Il Secolo XIX.it  del 28 luglio 2008, il nome “heritage tourism<nel segno dell’appartenenza  e dell’identità, estende il concetto di bene culturale ai beni immateriali>. E ancora: <Sono magari i bagnanti delle riviere imperiesi che  scoprono…>.  

Con poche, graditissime eccezioni, l’entroterra, la nostra montagna, dapprima hanno visto la sconfitta dei “centri d’eccellenza” (vedi Monesi anni ’60 e ’70), poi la scomparsa dei pastori, è seguito l’abbandono delle terre, esempi di cannibalismo edilizio (seconde case) e di pessima architettura.

E’ una testimonianza diretta di chi ha vissuto con i nonni pastori, proprio su queste montagne,  sulle malghe, vissuto la transumanza, dal 1952 al 1967. Ha visto, ascoltato, letto. Ha sperato e atteso.

Ricorda i tanti “Giunanin” che hanno resistito: Paoluccio Barla, di Cesio; i primi pastori storici, Lanteri e Ramella, Angelo Donati e Giuliano Schenardi di Rezzo, i compaesani che dimoravano a Monesi (vecchia), a Valcona, alle Salse.

Almeno a Ferragosto rendiamo il doveroso omaggio ai tanti “Giuanin” di ieri, e ai rari “eroi” montanari di oggi. Grazie per il loro esempio di coerenza. Grazie per la loro dignità. Grazie a chi darà loro vera speranza. Un arrivederci con le parole di don Antonio Sciortino, 54 anni, direttore del settimanale dei paolini “Famiglia Cristiana”: <…spesso si getta un po’ di fumo  all’opinione pubblica forse per nascondere l’incapacità di dare risposte concrete>.

Luciano Corrado

 

Ps:  Le cronache di giornali e tivù si sono in passato occupate di altri due “eremiti” delle Alpi Marittime. Il primo è padre Massimo Isacco Sturla, incardinato sacerdote nella diocesi di Albenga-Imperia. Dopo un periodo di ritiro nei boschi di Borgomaro, ha scelto una dimora sulle alture di Nava, oggi metà di frequenti (piccoli) pellegrinaggi di fedeli. Ha saltuari contatti col mondo esterno. Il secondo “eremita” di montagna, assai più conosciuto e popolare al pubblico, non ha i voti sacerdotali. E’ il pastore e alpino Armando Sereno, 86 anni, di Valdinferno (Garessio) che il giornalista Maurizio Fico (origini albenganesi) su La Stampa ha descritto, con tanto di foto, il 4 settembre 2007 (vedi…)