I CONTI NON TORNANO
Ormai l’intero emisfero occidentale sa che, a Celle, non tutto è andato, e va, secondo le attese. Sia in terra, Rilevato ferroviario, che in mare, Pennello Buffou, (in cielo non si è ancora arrivati, Fuksas si è fermato a Savona!), gli interventi operati si sono notevolmente allontanati dal corso ritenuto fino ad ora normale.
Ciò che ancora non riesce a sapere, questa parte del globo, è il nome di coloro che, secondo l’etica corrente, ne sono i meritevoli artefici.
A parte qualche piccolo inconveniente per le imprese esecutrici (una coinvolta nell’”Affare Fiorani” e l’altra sequestrata per sospetta appartenenza ad associazione di tipo mafioso), due sono i soggetti indicati alla pubblica attenzione: il vicesindaco, Michele Manzi, ed il tecnico comunale, geom. Giuseppe Paolino.
Il primo è assessore ai servizi sociali e tutti si chiedono cosa accidenti abbiano essi a vedere con pennello ed ecomostro. Va bene che ci siano delle responsabilità collegiali, ma ben prima di queste vengono le responsabilità dovute a competenza. E la competenza è ascrivibile ai soli Sindaco ed assessori all’urbanistica ed ai lavori pubblici.
Infatti, l’assessore Manzi non viene associato all’azione concessoria, ma alla vendita dei box del rilevato. Alla sorella, titolare di una agenzia immobiliare, che aspirava a trattarne una quota come le altre agenzie del paese, e che, per tale scopo si era a lui rivolta, egli avrebbe detto di chiederlo all’assessore all’urbanistica. Una sola frase, quindi, l’avrebbe rovinato?
Vediamo di portare un contributo alla chiarezza, cominciando con l’affermare un elementare principio: i parenti di un pubblico amministratore non devono subire limitazione di libertà e diritti a causa dell’impegno del congiunto. La richiesta di Elisa Manzi era assolutamente legittima. I box, inoltre, sono privati e l’eventuale interessamento del vicesindaco non contrasta con alcuna norma vigente. Ho scritto eventuale perché il dirottamento della sorella verso l’altro assessore può anche significare l’intenzione a non occuparsene. In ogni caso sta a dimostrare l’assenza di rapporti privilegiati con il costruttore.
Qualcuno ha osservato l’inopportunità di una risposta possibilista, ma è qui che il conto non torna. Mentre si pretende assoluto rigore da Manzi ci si dimentica di tutto il resto. E nel resto c’è anche una insignificante considerazione: quando, più di un anno fa, fu sollevata la questione, e per tutto questo tempo, il resto dell’amministrazione non si è minimamente spremuta a produrre un comunicato ufficiale a difesa del collega, che, come sto facendo io, sarebbe stata di semplicissima attuazione: Michele Manzi era già stato scaricato, o, forse, non era mai stato caricato.
Michele Manzi si è dimesso, e chi rinuncia a posizioni di potere quasi sempre salva la propria dignità. E gli altri? Ci sono ex assessori senza più assessorato, consiglieri che hanno rinunciato a portare a compimento compiti nei quali credevano; possibile che ritengano di non avere interesse a salvaguardare, per quanto possibile, la loro dignità?
Chi non può dimettersi è il geom. Paolino.
La sua vicenda ha qualcosa di grottesco, di tragicomico.
Per dodici volte ha messo per iscritto il suo dissenso nei confronti di una concessione “barloccia”. Una volta ha addirittura comunicato al Sindaco ed agli assessori competenti che, dai suoi calcoli, si stavano regalando al costruttore cinque appartamenti e 150 mq di superficie commerciale. Il risultato che ottenne fu quello di vedersi togliere la responsabilità del procedimento e la direzione del servizio urbanistico. Come se ciò ancora non bastasse, si trovò indagato per rilascio di concessione abusiva.
La sua difesa, condotta dall’avv. Elena Fiorini di Genova, non contestò affatto la illegittimità della concessione ma dimostrò inequivocabilmente che la responsabilità non poteva essere posta in capo al geom. Paolino; il consiglio comunale e la conferenza dei servizi l’avevano approvata e lui aveva l’obbligo di attenervisi.
Al geom. Paolino è andata bene, perché l’avvocato ha saputo e potuto dimostrare la verità; se fosse stato ritenuto responsabile lui, l’avrebbe pagata cara.
Ma che razza di racconto è mai questo, direte voi; come finisce?
Non lo so, ed è proprio qui, ancora una volta, che i conti non tornano.
Luigi Bertoldi
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